Quando la delega non viene soddisfatta con
rigore morale
Aspetti oscuri di una pagina di storia sindacale
La constatazione di quanto sta
avvenendo nella compagnia Alitalia ci riporta a fatti accaduti alcuni
anni or sono, all'inizio di un piano quadriennale di ristrutturazione
che avrebbe dovuto rilanciare la compagnia liberandola da una condizione
di "pachiderma aggredito da ogni parte e dissanguato da un nugolo di
predatori, aventi a volte mandanti interni". Con queste parole fece
il suo discorso ai quadri della compagnia Alitalia il dott. Domenico
Cempella in occasione della sua nomina ad Amministratore Delegato.
I comandanti più anziani ed esperti pensarono di dover collaborare
a quell'operazione di bonifica e sarebbero stati pronti ad accettare
penalizzazioni su futuri aumenti retributivi a condizione di conservare
il posto di lavoro ed i diritti acquisiti al trattamento previdenziale.
Questo tipo di soluzione non fu preso in considerazione mentre ebbe
grande fortuna la soluzione di favorire l'esodo di questo congruo gruppo
di professionisti, sottovalutando la perdita della loro esperienza operativa,
attraverso provvedimenti capestro sul trattamento previdenziale e con
la complicità ormai dimostrata di una certa dirigenza sindacale.
Questa realtà non è mai stata compresa a fondo né
è stata presa in considerazione dai media, molto più attenti
a fattori economici e politici di più vasta rilevanza, ma non
c'è dubbio che essa ha un suo peso sull'attuale condizione della
compagnia come risulta dagli eventi più recenti.
Su "Panorama" del 22 marzo scorso è stato pubblicato un articolo
di Daniele Martini sullo stato della compagnia di bandiera e sul duro
compito che attende il nuovo Amministratore Delegato Francesco Mengozzi.
Lo riproponiamo per completezza di informazione.
COMPAGNIA DI BANDIERA CHE
COSA HA TROVATO E CHE COSA FARA' IL NUOVO VERTICE
L'amara eredità di Alitalia
Cenpella ha lasciato un bilancio in profondo rosso,
organici gonfiati e piani di sviluppo da buttare. Così Francesco
Mengozzi imbraccia la scure. Il modello? La ristrutturazione FS.
di DANIELE MARTINI
E ora tagli. Dopo la stagione delle illusioni, per l'Alitalia è
il momento della verità, ed è una verità amara,
fatta di cifre di bilancio da paura e di organici da ridimensionare
drasticamente. Nel primo incontro con i sindacati il nuovo amministratore
delegato, Francesco Mengozzi, ha ammesso che la situazione è
disperata: alcuni giornali, facendo la cronaca della riunione, hanno
scritto che le perdite accumulate nel solo anno 2000 ammontano a oltre
600 miliardi di lire.
Il giorno dopo i vertici della compagnia hanno smentito quel dato, ma
lo hanno fatto in un modo così blando che nessuno si è
davvero convinto. La realtà è che l'azienda dei voli perde
circa 2 miliardi al giorno, cioè quattro volte più di
quanto perdeva a metà degli anni Novanta, quando gli analisti
finanziari prevedevano che da un momento all'altro i dirigenti avrebbero
dovuto portare i libri in tribunale per il fallimento.
Anche il patrimonio ormai è ridotto all'osso: nei mesi passati
per fare cassa l'ex amministratore, Domenico Cempella, ha venduto perfino
una parte della flotta, 20 Md 80, valore circa 500 miliardi. Un disastro.
L'Alitalia è una delle poche aziende aeree europee con un bilancio
in perdita, come la Olympic greca, la belga Sabena e la portoghese TAP.
Le più grandi e attrezzate compagnie continentali, invece, nel
2000 hanno guadagnato, e anche bene, dall'Iberia (più 18,5 per
cento di utili) all'olandese KLM, (più 85 per cento in nove mesi),
dall'Air France (più 38 per cento) alla tedesca Lufthansa (più
50 per cento). In appena un mese il titolo della compagnia italiana
è sceso di circa il 17 per cento, da poco più di 4 mila
a circa 3.300.
E allora tagli per l'Alitalia: si parla di 2.500-3 mila dipendenti tra
dirigenti, funzionari e operai. II faraonico e superreclamizzato piano
di sviluppo dell'azienda preparato da Cempella è finito in un
cestino; al suo posto e in tutta fretta il nuovo amministratore sta
rispolverando un vecchio progetto di ristrutturazione a base di risparmi
e restrizioni a suo tempo accantonato dal suo predecessore perchè
ritenuto troppo impopolare. Per mesi e mesi, infatti, Cempella e il
suo staff hanno ostentato sicurezza e ottimismo sul futuro della compagnia
elargendo a piene mani cifre rosee, promettendo un improbabile pareggio
di bilancio e avviando perfino una campagna massiccia e in grande stile
di nuove assunzioni.
Dal punto di vista della composizione degli organici la compagnia è
stata rivoltata come un guanto, non sempre con oculatezza, visti i risultati.
Quando Cempella mise piede negli uffici dell'Alitalia, nel marzo 1996,
i dipendenti del gruppo erano 18.850, ora sono 21.395, 2.545 in più.
In un solo anno, dal 1999 al 2000, sono state inserite a libro paga
altre 990 persone: 195 assistenti di volo, 34 piloti e tecnici, 245
operai, 512 impiegati e 4 dirigenti. Questi ultimi, in particolare,
nell'era Cempella sono cresciuti parecchio, in proporzione, rispetto
alle altre categorie: erano 163 nel 1996, sono diventati 195 l'anno
passato; nel 1995 c'era un dirigente ogni 102 dipendenti, ora nella
capogruppo ce n'è uno ogni 63. E si sa, i dirigenti hanno stipendi
alti. Infatti il costo complessivo del lavoro ha toccato livelli che
gli esperti considerano elevati: il 21,3 per cento del valore della
produzione (10.515 miliardi).
Di tagli il nuovo amministratore è un esperto. Da direttore generale
delle Ferrovie era riuscito a far scendere a picco il costo del lavoro,
cresciuto in modo patologico (67 per cento in media per ogni dipendente)
nei sei anni dell'era di Lorenzo Necci, dal 1990 al 1996. Le uscite
per il personale FS sono calate negli ultimi tempi da 10.500 miliardi
a 8.300 previsti per il 2001 e ora il costo unitario del lavoro dei
ferrovieri è a livelli più rassicuranti, intorno al 4
per cento medio. L'esperienza accumulata da Mengozzi alle Ferrovie tornerà
senz'altro utile all'Alitalia, anche se i treni non sono gli aerei e
ogni ristrutturazione aziendale ha le sue spine.
Anche Cempella, per esempio, prima di convertirsi alle assunzioni di
massa, all'inizio del suo mandato aveva inaugurato una stagione di tagli:
700 dipendenti tra dirigenti, impiegati e operai mandati in pensione
in anticipo. Un'operazione ufficializzata con una legge nel dicembre
del 1996 e che, secondo recenti calcoli effettuati per conto della Camera
dei deputati, alla fine costerà allo Stato la bellezza di 1.500
miliardi.
A conti fatti, però, quell'esodo è stato una vittoria
di Pirro per 1'Alitalia perché invece di procedere con il bisturi,
allora si lavorò di machete mandando via a occhi chiusi sia lavoratori
considerati pesi morti sia dirigenti e quadri di grande competenza,
sostituiti con giovanotti in alcuni casi anche bravi, ma il più
delle volte privi di esperienza manageriale e a digiuno di conoscenze
specifiche nel settore dei voli.
Tanto che oggi c'è chi individua proprio in quei tagli scriteriati
l'origine dei tracolli dell'era Cempella.
Disastri che il vecchio amministratore ha condiviso per intero con l'executive
board, il comitato esecutivo dell'azienda, un sinedrio ristretto di
cinque manager che ogni settimana, per anni, si è riunito con
il capo prendendo con lui le decisioni più importanti: il direttore
generale Giovanni Sebastiani e i direttori centrali, Claudio Carli,
Giovanni Lionetti, Mario Rosso e Marco Zanichelli, con la responsabilità,
rispettivamente, del personale, della finanza, delle alleanze, degli
acquisti e delle relazioni esterne.
Ci sono anche le firme di questi manager sulle assunzioni a pioggia,
sui fallimentari protocolli d'intesa con la KLM, sulla costosissima
politica di approvvigionamento del carburante (costata 347 milardi di
perdite secondo uno studio di Bloomberg). Sempre acquiescenti
nei confronti del capo, i cinque però si sono divisi in due fazioni,
quella pro Sebastiani e quella pro Carli.
Sebastiani è considerato un dirigente in sintonia con l'ex presidente
del Consiglio Massimo D'Alema e l'anello di congiunzione tra i due è
quel Roberto De Santis ritenuto a suo tempo il factotum operativo della
cosiddetta "merchant bank" Palazzo Chigi. Carli, invece, si è
appoggiato alla Cgil trasporti e al suo segretario Guido Abbadessa ed
è il dirigente che in cambio della pace sindacale ha dato ai
dipendenti e ai sindacati il 20 per cento delle azioni della società.
Inoltre, è ritenuto il responsabile della crescita del costo
del lavoro, in particolare del personale navigante, e di un accordo
con gli assistenti di volo assai poco vantaggioso dal punto di vista
dell'azienda.
La squadra di Cempella è stata per ora confermata dal nuovo amministratore
che si è portato dietro un solo manager di fiducia, Piero Ceschia,
esperto di finanza e già suo collaboratore alle Ferrovie. In
queste condizioni non sarà facile per Mengozzi prendere per i
capelli l'azienda e salvarla da una fine ingloriosa. Avrebbe bisogno
soprattutto di capitali freschi, ma dove trovarli? E anche i tagli a
cui sta pensando non sono roba semplice, non solo perché mandar
via la gente non è mai gradevole, ma soprattutto perché
per sfoltire gli organici ci vorrebbero quattrini freschi per pagare
incentivi all'uscita e trattamenti di fine rapporto. Soldi che non ci
sono.
Qualche anno fa il ministero del Tesoro concesse alla compagnia 2.750
miliardi di capitale che avrebbero dovuto servire al rilancio dell'azienda.
L'Alitalia ne usò 2 mila ma poi a gennaio dell'altr'anno, con
un colpo da primattore, Cempella rinunciò ufficialmente ai 750
miliardi residui con una lettera inviata alla Commissione europea e
al Tesoro. Un gesto plateale, di grande effetto, che però si
è trasformato in un boomerang: una grana in più per il
nuovo arrivato.
[da PANORAMA del 22/03/2001]
Non ritengo di dover commentare
tutto l'articolo in questione ma mi preme far rilevare che i mezzi di
informazione di solito non riescono a fornire il quadro completo dei
fattori che provocano situazioni di crisi in un sistema complesso come
quello di una grande compagnia aerea interessata da pressioni di mercato
e cambiamenti di scenario.
L'autore dell'articolo fa riferimento ad alcuni "tagli" sul personale
effettuati dalla gestione Cempella ma non cita una subdola ed economicamente
molto più efficace [ma solo nel breve termine] riduzione di personale.
Alcune centinaia di comandanti [ad elevata specializzazione ed esperienza]
che si sono visti costretti a lasciare la compagnia a causa di una condizione
estremamente penalizzante: la minaccia di vedere alienato il diritto
acquisito alla quota capitalizzabile della pensione spettante, tramite
decreto del Ministro del Lavoro. Decreto entrato in vigore ad Agosto
del 1997.
Tale riduzione del personale è avvenuta a costo zero per la Compagnia
e per lo Stato. Eventuali problemi per le casse dell'INPS verrebbero
inoltre fatti pesare su quelli che hanno lasciato l'attività
a seguito di una minaccia che, a causa del ruolo svolto dalla dirigenza
di una delle associazioni sindacali dei piloti, può essere
definita "cannibalismo di categoria".
Per questo propongo a chi segue questo sito per ragioni professionali,
una parentesi di carattere politico che può essere utile a chiarire
diverse questioni che il lettore assiduo può avere intuito dietro
i nostri articoli di questi due anni di airmanshiponline.
In ogni caso serve a spiegare perché abbiamo la sensazione
di aver ancora qualcosa da dire, perché crediamo di dover completare
un lavoro iniziato molto tempo fa che le circostanze, ed altri, ci hanno
impedito di realizzare.
Quello che segue è la rielaborazione di un resoconto in parte
autobiografico, che scrissi qualche mese fa per il sito B747crew,
per chiarire, a molti colleghi tutt'ora in servizio, come fu vissuto
quel periodo da alcuni di noi e quale fosse stato l'impegno preso dai
dirigenti della compagnia Alitalia, impegno mai onorato.
acp
Le ragioni di un esodo
Ci sono alcune azioni, che pur se perpetrate con
la consapevolezza di arrecare un danno ad altri, difficilmente prevedono
sanzioni o risarcimenti. Risulta, infatti, difficile dimostrare che
i soggetti che le hanno commesse, hanno scientemente violato con i loro
comportamenti (e per ragioni tutt’altro che nobili) precise norme morali
e deontologiche (professionali e sindacali).
Se, inoltre, questi soggetti rivelano una indiscutibile abilità
a far apparire i "danneggiati" addirittura come "privilegiati"
dalla situazione creatasi, appare chiaro che qualsiasi volontà
o pretesa di rivalsa, oltre a rivelarsi inutile, risulta addirittura
poco credibile.
Una cosa, però, non può essere impedita a chi ritiene
di aver subito un danno morale: la possibilità di proporre liberamente
al giudizio della collettività la propria visione degli eventi
e delle circostanze che hanno condotto ad una particolare situazione.
A questo punto è necessario uscire dalla nebbia del generico
per fare un po’ di analisi retrospettiva su quella che definirei: l'operazione
"grappa".
I protagonisti sono: un ministro del lavoro che deve garantire misure
per la salvaguardia di un fondo pensione, un amministratore delegato
che deve realizzare un piano quadriennale con riduzione di costi (entrambi
vogliono anche garantirsi una "pace" sindacale) e un sindacalista che
ha individuato la possibilità di soddisfare le due esigenze traendone
vantaggi che, se da una parte investono una ristretta fascia della categoria
(di cui ovviamente egli fa parte), dall’altra rivelano preziosi riflessi
positivi – e non di poco conto - sulla propria posizione personale.
Tre piccioni (anzi, molto più) con una fava.
Un po’ di autobiografia mi aiuterà a collocare nel tempo certi
eventi.
Era la metà di gennaio del 1997, circa le cinque di sera. Con
un collega che condivideva con me un incarico al servizio Quality Assurance,
stavamo aspettando l'ascensore, al termine di una giornata di lavoro,
per lasciare gli uffici e andarcene a casa. Quando l'ascensore arrivò
al piano ne uscì, con nostra immensa sorpresa, un noto personaggio.
"Guarda chi si vede, il senatore!" esclamai. Si, era proprio
il più famoso degli ex tecnici di volo ed, a quella data, anche
ex ministro delle riforme istituzionali.
Ci scambiammo cordiali saluti e battute.
"Ciao, come mai da queste parti?"
"Chiudo l'aspettativa e mi metto in pensione."
"E così sei due volte in pensione: da ministro e da navigante."
"A proposito – gli chiede il mio collega - tu sei il più
indicato per darci qualche ragguaglio. E’ vero che sta andando avanti
il decreto per eliminare la capitalizzazione?"
"Così dicono."
"Ma l'assetto attuale non dovrebbe costituire un diritto acquisito?"
"Certo, se te ne vai prima dell'uscita del decreto, altrimenti sei penalizzato,
e poi, amici miei, i diritti acquisiti sono solo i soldi in banca."
"E già, ma anche in quel caso possono esservi delle sorprese."
- rispose il collega alludendo ad un altro famigerato decreto - "E'
vero, ma dipende da dove si trova la banca." - replicò il
senatore alludendo a sua volta a vantaggiose residenze di confine.
Capimmo l'allusione e dopo qualche ulteriore battuta ci salutammo.
Il mio collega iniziò a scuotere il capo.
"Avevo una mezza idea di andarmene entro quest'anno, adesso credo
che anticiperò."
E così l'incontro di poco prima e i discorsi con i colleghi
nelle stesse mie condizioni accentuarono un tarlo che avevo dentro.
Inoltre, e non c'era bisogno di accurati calcoli attuariali, appariva
evidente che all'esodo incentivato di una parte del personale di condotta,
in atto da qualche mese, si sarebbe aggiunto un esodo massiccio a causa
della pressione esercitata dal decreto "che eliminava la capitalizzazione",
con la conseguenza di penalizzare ulteriormente il fondo volo.
In sostanza la manovra governativa appariva come un vero "overcontrol",
un'azione corretiva abnorme che avrebbe addirittura accentuato la tendenza
negativa che avrebbe dovuto invertire.
Ma, mi chiedevo, un amministratore della cosa pubblica non dovrebbe
avere strategie a lungo termine? Il decreto mi appariva solo come una
momentanea pezza a colori con effetti destabilizzanti sul sistema.
La preoccupazione si diffuse tra il personale interessato e poco tempo
dopo si tenne un'animata riunione nella Sala Verri della Direzione Operazioni
Volo. Eravamo oltre duecento persone, e il Direttore Generale affermò
che:
"la compagnia era consapevole degli squilibri nella situazione patrimoniale
del fondo pensione che l'esodo provocato dal decreto avrebbe provocato
e, dal momento che l'esodo di personale ad alto costo rappresentava
uno degli obiettivi del piano quadriennale, la compagnia si impegnava,
nell'ambito degli oneri previsti ad adottare interventi idonei alla
salvaguardia della funzionalità del fondo stesso".
Questa dichiarazione sembrò gettare acqua sul fuoco, ma fu più
che altro un alibi, per un certo sindacato, per non agire con decisione
nei confronti dell'amministrazione pubblica.
Intanto l'esodo continuava. Alla fine di marzo, l'amico con il quale
avevo incontrato il "senatore" aveva dato le dimissioni e molti altri,
pur con incarichi di rilievo, avevano fatto la stessa cosa.
[Anche il Comandante Silvano
Silenzi alla fine di marzo lasciava l'incarico di responsabile del Servizio
Sicurezza Volo ed una sensazione di sconforto per il futuro del servizio
riorganizzato in una MANIERA diversa da altri soggetti rampanti,
risulta evidente, anche se contenuto nell'espressione, nella sua nota
a conclusione dell'articolo di Arturo Radini su Malpensa presente in
questa edizione]
Verso la metà di maggio, l'entrata in vigore
del decreto secondo voci attendibili (INPS) appariva prossima, forse
sarebbe avvenuta il mese successivo.
Il Direttore Operazioni Volo, che aveva ricoperto in passato l'incarico
di Presidente dell'associazione piloti, conosceva bene la storia delle
vicende previdenziali; mi recai nel suo ufficio al fine di chiedergli
delle delucidazioni.
Mi disse: "Caro mio, è finita, ci hanno venduto, e alla fine
di maggio me ne vado anch'io".
"Te ne vai? Ma allora il Fondo è davvero in condizioni critiche?"
"Di sicuro non potrà garantire, per l’avvenire, le attuali prestazioni
e l'ultimo colpo glielo darà questo decreto incombente."
"Ma allora perché i nostri rappresentanti non hanno fatto presente
la situazione al ministro?"
"Bella domanda! Comunque ti garantisco che se al tavolo delle trattative
ci fossi stato io ed il ministro del lavoro mi avesse detto che non
potevamo rivendicare alcun diritto acquisito ma, al massimo, "rappresentare
ragionevoli aspettative", il giorno dopo tutta l'aviazione civile
sarebbe stata in sciopero."
Il Direttore si alterò visibilmente nel dire queste parole,
diventando rosso in viso. La sua reazione mi sorprese, dato che era
sempre stato una persona moderata e cauta sia nei giudizi che nei comportamenti.
"Ho capito. Qualcuno ha creato le condizioni per far affondare la
barca affinché i topi più grossi scappino."
"Già, ma qualcuno resterà nella speranza di un recupero
con il completamento degli impegni del nuovo contratto: devono essere
ancora assegnate le azioni. E questa è una ulteriore rinuncia
che siamo costretti a fare andando via in anticipo.
Qualcun altro resterà nella certezza di occupare dei posti più
comodi sulla barca che, più leggera, dovrebbe continuare a navigare.
Purché abbiano stabilito alleanze con il nuovo potere."
"Chi prenderà il tuo posto?"
Fece un cenno, dal significato evidente, alla stanza attigua.
"Ma vi siete parlati? Lo sa che vai via?"
"Ah no, tu sei il primo a cui lo dico, a parte il capo del personale.
Ma non importa. Hai visto anche tu che l'altro giorno.."
e fece di nuovo un cenno con la testa alla stanza attigua, " …abbiamo
litigato perché, in mia assenza, aveva firmato una lettera di
provvedimenti disciplinari nei confronti di un comandante, nonostante
sapesse che ero contrario."
"Si, ricordo bene anche la faccia che ha fatto. Sembrava uno preso con
le mani nel sacco."
"Proprio così e questo non è altro che un palazzo dei
veleni."
Uscito dal suo ufficio andai immediatamente dal capo del personale e
quando gli dissi che avevo intenzione di lasciare la compagnia alla
fine di maggio rispose come se si fosse levato un altro peso di dosso
e non fece la minima difficoltà per l'abbuono del periodo di
preavviso.
Il famigerato decreto legge entrò in vigore dal mese di agosto
e le limitazioni che prevedeva, permettevano ai più anziani di
rimanere in servizio sino a novembre. In ogni caso nel '97 e nei due
anni successivi centinaia di naviganti (di cui gran parte comandanti
anziani) si trovarono nella condizione di dover decidere se voler volare
fino a sessant'anni, pagando per farlo, oppure andare in quiescenza
volontaria anticipata.
La maggior parte si dimise.
Il periodo seguente fu un continuo confronto di notizie su decisioni
e comportamenti degli attori che avevano portato ad una siffatta situazione.
In realtà il ministro del lavoro aveva preso diversi piccioni
con quella fava.
Aveva affermato il principio che si poteva intervenire sulle pensioni
per sanare il bilancio dello Stato. Ed anche se l'azione riguardava
un fondo autonomo di scarsissima rilevanza sostanziale, il significato
politico era notevole.
E poi aveva fatto un grosso favore alla compagnia perché, con
l'elemento di pressione sui più anziani costituito dal decreto,
essa si liberava di grossi costi.
Aveva fatto un favore ad alcuni rappresentanti sindacali, che avrebbero
tratto benefici diretti dalla ristrutturazione della compagnia. L'impegno
e la garanzia di fondo sarebbe stata la pace sindacale per alcuni anni
a venire, a patto che rappresentanti sindacali sedessero nel consiglio
d'amministrazione della compagnia.
In sostanza non ho ancora capito se costoro avevano fatto un favore
al ministro, evitando qualunque opposizione all'uscita del decreto o
se avessero addirittura stimolato tale decreto.
Da questa danza di reciproci vantaggi si ritrovarono però esclusi
i più giovani.
Costoro, privati dei riferimenti professionali che i più anziani
avrebbero potuto dare, si trovarono e si trovano ad affrontare stagioni
di duro lavoro, di impiego al limite, e di tutta una serie di problemi
senza poter contare su interventi della principale associazione di categoria
come, invece, avveniva in passato.
Il sospetto che questa rappresentanza sindacale abbia offerto, su un
piatto d’argento, sia la testa degli anziani che le esigenze dei più
giovani, a coloro che ne richiedevano il sacrificio, appare in retrospettiva
sempre più fondato.
E’ un processo che assomiglia molto alla distillazione della grappa
(si elimina sia la testa che la coda) da cui il nominativo di questa
operazione, a futura memoria.
Com.te Aldo Carlo Pezzopane
P.S.
La dichiarazione del Direttore Generale fatta di fronte a duecento persone
fu formalizzata attraverso comunicazione scritta a tutte le organizzazioni
ed enti interessati.
Ciò nonostante, essa è tutt'ora inevasa.