Mario Pirani, in un articolo pubblicato su "la Repubblica"
del 20 febbraio 2001, muove pesanti critiche al sistema scolastico italiano,
per la dissennata corsa alla banalizzazione dell’istruzione e all’abbandono
dei valori culturali basici. Dal mai rinnegato culto dei libretti rossi
in sostituzione dei libri di testo, alla demonizzazione del merito e
alle scorciatoie del binomio "informatica e inglese". Non
stanno meglio inglesi e americani (è loro stessa opinione) ma
da quelle parti le persone che contano hanno, non a caso, frequentato
scuole di altissimo prestigio (e costo). Irridere e svalutare la pedagogia
e la docimologia del passato è solo segno certo di stupidità.
Non sembra che i "ragazzi di via Panisperna" e altri più
o meno noti signori abbiano subito grossi svantaggi da quei metodi.
È un discorso che fa risuonare echi inquietanti anche in chi
si occupa di istruzione aeronautica, che poi vuol dire sicurezza del
volo.
Forse non si tratta, però, soltanto di un cambiamento negli
orientamenti didattici in sé, sia nel ciclo scuola elementare
- università, sia nelle formazioni professionali. La società
in generale sta abbandonando in modo sempre più accelerato i
fondamentali riferimenti della vita individuale, sociale e lavorativa.
L’edonismo dilagante, specie nei più giovani, alimentato dalla
frenesia del superfluo proposta dal mercato, la rincorsa alle vie facili
per la realizzazione dei desideri e la soddisfazione dei bisogni, contaminano
evidentemente anche l’acculturazione sia scolastica che professionale.
Il panorama generale può interessare solo come riferimento esterno,
ma non se ne può ignorare l’effetto inquinante. Quello che preoccupa
è infatti il riflesso diretto di tutto questo sulla professionalità
di chi vola, piloti in particolare, specie in un momento in cui le esigenze
del mercato sembrano prevalere in modo quasi esclusivo nelle operazioni
del volo commerciale.
Sia chiaro che non si intende rifiutare la logica del profitto, riconoscendole
anzi il ruolo di motore del progresso. Quello che si vorrebbe è
però un progresso vero e non l’imbarbarimento professionale che
trova accogliente nascondiglio dietro la rilucente facciata della tecnologia.
Sarebbe ovviamente stupido individuare in quest’ultima la causa dei
guai cui si accenna. Anzi, se molti aspetti della sicurezza e dell’efficienza
nel volo sono enormemente migliorati lo si deve proprio alle innovazioni
tecnologiche. Ma cose ne sta facendo l’uomo di questi vantaggi? La considerazione
amara è che si assiste ad una nefasta convergenza di possibilità
di contenimento dei costi d’esercizio [sacrosanto] e di sconto
sull’addestramento a causa della obiettiva semplificazione del lavoro
del pilota [niente affatto sacrosanto]. Nefasta perché
proprio il pilota ha interpretato a cuor leggero questa semplificazione
come abdicazione dalle sue prerogative di gestione e padronanza delle
operazioni. In una parola ha scelto quello che di peggio il progresso
gli offriva: la via facile, la possibilità di omettere la conoscenza
e di abbandonare la sensibilità professionale allo spazio, al
tempo, alla consequenzialità degli eventi.
Molti colleghi si sentiranno offesi da queste parole, ma sarebbe forse
opportuno riflettere sulla natura di quasi tutti gli incidenti (non
solo accidents) avvenuti negli ultimi anni, per i quali ricorre spesso
il richiamo agli "Human Factors", omnibus che imbarca qualsiasi
cosa non si abbia in realtà voglia di risolvere seriamente.
Dove per seriamente si intende una formazione professionale più
approfondita sul piano tecnico e una maturazione umana parallela e concomitante
(guarda un po' dove sarebbero gli "human factors" autentici
ed utili) circa la consapevolezza che, prima delle mani, dei piedi e
degli svariati sistemi sensori, l’uomo deve poter contare sul proprio
cervello. Tutto ciò è tanto più necessario quanto
più la tecnologia mette a disposizione risorse potentissime da
governare e non da considerare uno scarico di consapevolezza e di responsabilità.
Si rischia di essere presi per Matusalemme se si ricorda che, prima
del DME, del radar e dei map displays, si trovava la distanza da una
stazione radio volando perpendicolarmente al suo rilevamento e facendone
il calcolo trigonometrico basato sulla variazione in un intervallo di
tempo determinato. Nessuno ha nostalgia di procedimenti così
faticosi e fatalmente approssimativi, ma quelle pratiche fornivano automaticamente
alimento alla più generale percezione dello spazio. Se oggi è
più comodo e sicuro individuare la propria posizione dovrebbero
essere incomprensibili incidenti come quello, ormai famoso, di Cali
o quello di Pristina e tanti altri analoghi.
Il che vuol dire che in assenza di una maturazione lenta e faticosa
non si può semplicemente ignorarne la funzionalità, bensì
escogitare modi per formare a quelle stesse sensibilità con altri
mezzi. Lo sconto sull’addestramento motivato dall’"è tutto
facile" è pericoloso; piuttosto bisogna capire che si sono
spostati i parametri verso un maggior coinvolgimento della testa. Il
che significa anche, come corollario, che data la difficoltà
di "insegnare" certe attitudini, dovrebbero essere raffinati
nello stesso senso anche i criteri di selezione. Al contrario, si direbbe
che l’abbassamento delle soglie addestrative e di quelle selettive stia
andando di pari passo.
La responsabilità ricade su tutti, dai piloti agli addestratori
ai managers all’Autorità tutoria. Wiener aveva proposto un buon
modello, le 4 P (Philosophies, Policies, Procedures, Practices), per
l’analisi della coerenza operativa in un’organizzazione. Ci si può
domandare se il concetto non si sia disperso troppo nella conduzione
delle compagnie aeree e nel comportamento di chi vi opera. Se la filosofia
di impostazione trova i suoi riferimenti solo nel mercato finanziario,
se nel tracciare le politiche si ignorano le specificità del
settore di attività e delle caratteristiche professionali degli
addetti, se le procedure (e gli addestramenti relativi) sono intese
solo a fornire direttive prescindendo dalla variabilità operativa,
se le pratiche sono interpretate in senso minimalista nei riguardi sia
della professionalità che del riferimento agli obiettivi, se
tutto questo avviene, c’è poco da rallegrarsi sulle prospettive
di miglioramento del trasporto aereo civile.
E forse sarebbe bene per tutti cominciare almeno a riconsiderare individualmente
i propri atteggiamenti professionali.
Marcello Ralli