AIRMANSHIP





 

      

Ralli Associates Aviation Psychology

 

 

Il Com.te Marcello Ralli ha contribuito ad arricchire questa edizione di airmanshiponline con un articolo che introduce e, al tempo stesso, completa gli argomenti trattati. Ancora una volta la cultura professionale del pilota professionista è l'argomento centrale che Marcello Ralli, con abile sintesi e garbata polemica, esplora in alcuni degli aspetti più significativi quali, ad esempio, il rapporto con l'automazione.
Il Com.te Ralli è laureato in psicologia e fa parte della European Association for Aviation Psychology. Ha iniziato la sua attività di volo come Ufficiale Pilota nell'Aeronautica Militare Italiana. Transitato in Alitalia ha svolto la funzione di comando su Caravelle, DC9/30, B727, DC8/43, DC8/62 e B747. Ha ricoperto incarichi riguardanti prevalentemente l'addestramento ed ha dato un contributo significativo all'introduzione, nella compagnia, del metodo di educazione per equipaggi di condotta denominato Cockpit Resource Management [CRM]. Svolge attualmente una consistente attività di formazione sullo Human Factor per piloti, assistenti di volo e per altro personale di organizzazioni aeronautiche.

TRAINING E CULTURA

Mario Pirani, in un articolo pubblicato su "la Repubblica" del 20 febbraio 2001, muove pesanti critiche al sistema scolastico italiano, per la dissennata corsa alla banalizzazione dell’istruzione e all’abbandono dei valori culturali basici. Dal mai rinnegato culto dei libretti rossi in sostituzione dei libri di testo, alla demonizzazione del merito e alle scorciatoie del binomio "informatica e inglese". Non stanno meglio inglesi e americani (è loro stessa opinione) ma da quelle parti le persone che contano hanno, non a caso, frequentato scuole di altissimo prestigio (e costo). Irridere e svalutare la pedagogia e la docimologia del passato è solo segno certo di stupidità. Non sembra che i "ragazzi di via Panisperna" e altri più o meno noti signori abbiano subito grossi svantaggi da quei metodi.

È un discorso che fa risuonare echi inquietanti anche in chi si occupa di istruzione aeronautica, che poi vuol dire sicurezza del volo.

Forse non si tratta, però, soltanto di un cambiamento negli orientamenti didattici in sé, sia nel ciclo scuola elementare - università, sia nelle formazioni professionali. La società in generale sta abbandonando in modo sempre più accelerato i fondamentali riferimenti della vita individuale, sociale e lavorativa. L’edonismo dilagante, specie nei più giovani, alimentato dalla frenesia del superfluo proposta dal mercato, la rincorsa alle vie facili per la realizzazione dei desideri e la soddisfazione dei bisogni, contaminano evidentemente anche l’acculturazione sia scolastica che professionale.

Il panorama generale può interessare solo come riferimento esterno, ma non se ne può ignorare l’effetto inquinante. Quello che preoccupa è infatti il riflesso diretto di tutto questo sulla professionalità di chi vola, piloti in particolare, specie in un momento in cui le esigenze del mercato sembrano prevalere in modo quasi esclusivo nelle operazioni del volo commerciale.

Sia chiaro che non si intende rifiutare la logica del profitto, riconoscendole anzi il ruolo di motore del progresso. Quello che si vorrebbe è però un progresso vero e non l’imbarbarimento professionale che trova accogliente nascondiglio dietro la rilucente facciata della tecnologia.

Sarebbe ovviamente stupido individuare in quest’ultima la causa dei guai cui si accenna. Anzi, se molti aspetti della sicurezza e dell’efficienza nel volo sono enormemente migliorati lo si deve proprio alle innovazioni tecnologiche. Ma cose ne sta facendo l’uomo di questi vantaggi? La considerazione amara è che si assiste ad una nefasta convergenza di possibilità di contenimento dei costi d’esercizio [sacrosanto] e di sconto sull’addestramento a causa della obiettiva semplificazione del lavoro del pilota [niente affatto sacrosanto]. Nefasta perché proprio il pilota ha interpretato a cuor leggero questa semplificazione come abdicazione dalle sue prerogative di gestione e padronanza delle operazioni. In una parola ha scelto quello che di peggio il progresso gli offriva: la via facile, la possibilità di omettere la conoscenza e di abbandonare la sensibilità professionale allo spazio, al tempo, alla consequenzialità degli eventi.

Molti colleghi si sentiranno offesi da queste parole, ma sarebbe forse opportuno riflettere sulla natura di quasi tutti gli incidenti (non solo accidents) avvenuti negli ultimi anni, per i quali ricorre spesso il richiamo agli "Human Factors", omnibus che imbarca qualsiasi cosa non si abbia in realtà voglia di risolvere seriamente.

Dove per seriamente si intende una formazione professionale più approfondita sul piano tecnico e una maturazione umana parallela e concomitante (guarda un po' dove sarebbero gli "human factors" autentici ed utili) circa la consapevolezza che, prima delle mani, dei piedi e degli svariati sistemi sensori, l’uomo deve poter contare sul proprio cervello. Tutto ciò è tanto più necessario quanto più la tecnologia mette a disposizione risorse potentissime da governare e non da considerare uno scarico di consapevolezza e di responsabilità.

Si rischia di essere presi per Matusalemme se si ricorda che, prima del DME, del radar e dei map displays, si trovava la distanza da una stazione radio volando perpendicolarmente al suo rilevamento e facendone il calcolo trigonometrico basato sulla variazione in un intervallo di tempo determinato. Nessuno ha nostalgia di procedimenti così faticosi e fatalmente approssimativi, ma quelle pratiche fornivano automaticamente alimento alla più generale percezione dello spazio. Se oggi è più comodo e sicuro individuare la propria posizione dovrebbero essere incomprensibili incidenti come quello, ormai famoso, di Cali o quello di Pristina e tanti altri analoghi.

Il che vuol dire che in assenza di una maturazione lenta e faticosa non si può semplicemente ignorarne la funzionalità, bensì escogitare modi per formare a quelle stesse sensibilità con altri mezzi. Lo sconto sull’addestramento motivato dall’"è tutto facile" è pericoloso; piuttosto bisogna capire che si sono spostati i parametri verso un maggior coinvolgimento della testa. Il che significa anche, come corollario, che data la difficoltà di "insegnare" certe attitudini, dovrebbero essere raffinati nello stesso senso anche i criteri di selezione. Al contrario, si direbbe che l’abbassamento delle soglie addestrative e di quelle selettive stia andando di pari passo.

La responsabilità ricade su tutti, dai piloti agli addestratori ai managers all’Autorità tutoria. Wiener aveva proposto un buon modello, le 4 P (Philosophies, Policies, Procedures, Practices), per l’analisi della coerenza operativa in un’organizzazione. Ci si può domandare se il concetto non si sia disperso troppo nella conduzione delle compagnie aeree e nel comportamento di chi vi opera. Se la filosofia di impostazione trova i suoi riferimenti solo nel mercato finanziario, se nel tracciare le politiche si ignorano le specificità del settore di attività e delle caratteristiche professionali degli addetti, se le procedure (e gli addestramenti relativi) sono intese solo a fornire direttive prescindendo dalla variabilità operativa, se le pratiche sono interpretate in senso minimalista nei riguardi sia della professionalità che del riferimento agli obiettivi, se tutto questo avviene, c’è poco da rallegrarsi sulle prospettive di miglioramento del trasporto aereo civile.
E forse sarebbe bene per tutti cominciare almeno a riconsiderare individualmente i propri atteggiamenti professionali.

Marcello Ralli

 

 

 

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