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LA PAGINA SINDACALE
Le riflessioni e le reazioni
dei piloti, come di qualsiasi altro gruppo di gente che opera in prima
linea in una attività che ha una così grande importanza
per la sicurezza dell'utente, non possono rimanere circoscritte ai Forum
criptati ma dovrebbe apparire in tutta la loro evidenza pubblicamente.
Ho tentato di analizzare più volte le ragioni che fecero sparire
dalla scena il Notiziario dell'ANPAC, un periodico che ha avuto per oltre
vent'anni grande valore tecnico-professionale e, ancor di più,
sindacale a causa del dibattito che animava tra i piloti e tra l'associazione
e l'esterno. Esso fu sostituito da Pegaso, nome del tutto inappropriato
per delle collezioni di fotografie d'aeroplani necessarie a veicolare
editoriali più consoni ad un amministratore delegato, come poi
è avvenuto, che ad un presidente di associazione professionale.
I piloti, a differenza di altri lavoratori, soffrono della mancanza di
identità di luogo in cui ritrovarsi per dibattere e per diffondere
consapevolezze e conoscenza di comportamenti errati, di soprusi, di inciuci
e via dicendo.
Il Notiziario dell'ANPAC serviva a questo. Pegaso è servito ad
altro. E così l'ANPAC degli ultimi 5 anni!
Non è possibile
parlare di sicurezza delle operazioni rivolgendosi a chi opera in prima
linea se non si valuta anche l'ambiente sociale in cui si opera.
Per questo riteniamo
di dover dare una maggior diffusione alle espressioni di critica e dissenso
che, quando provengono dai più anziani in servizio (quelli
a cui lasciammo il testimone quando appendemmo la "cloche al chiodo"),
servono di stimolo e di modello ai più giovani. Danno anche il
senso del disagio profondo in cui alcuni individui hanno gettato la categoria
che avrebbero dovuto rappresentare.
I primi due articoli sono di Sandro Pierotti, Comandante di B747 e Capopilota
di questo settore quando stava per essere realizzato l'accordo operativo
con la KLM.
Le ragioni di un forte impegno.
Nel 1995, a metà Giungo, una protesta sindacale segnò l’iniziò
di un profondo cambiamento culturale, di noi piloti Alitalia, nel modo
di fare sindacato e, contemporaneamente, di concepire le relazioni industriali.
In quei giorni si scrisse, certamente, una delle pagine più penose
della nostra storia. La professionalità, come piloti di aviazione
civile, fu calpestata con una forma di lotta che oggi, per onestà
intellettuale, dobbiamo considerare discutibile: il concetto sacro della
sicurezza del volo fu cancellato senza alcun ritegno. L’immagine ancora
rispettabile che conservavamo nell’opinione pubblica, fu definitivamente
compromessa. Piovvero centinaia di avvisi di garanzia - ci si chiede che
fine abbiano fatto - ed i promotori della rivolta, che sui tavoli incitavano
la folla con il megafono, non furono mai indiziati. Quei giorni azienda
e sindacato, forse ancora inconsapevolmente, introdussero il principio
che lo sviluppo veniva prima della sicurezza del volo e non viceversa.
Con Anpac al potere, strettamente legata
con la direzione delle risorse umane, iniziò quello che avrebbe
dovuto essere il nostro new deal, come protagonisti fondamentali nelle
decisioni strategiche dell’azienda, ormai lanciata verso un promettente
futuro. La nostra posizione di collaborazione sarebbe stata di primo piano
nel fare i sacrifici necessari per risanare i conti altrimenti - si diceva
- avremmo portato i libri in tribunale. La sicurezza del volo divenne,
vista da fuori, una bella scatola ma nella quale, azienda e sindacato,
avevano fatto il vuoto.
I libri rimasero dove erano, i piloti collaborarono,
le cose andavano avanti, a volte anche con toni trionfalistici. I "vincitori",
in varie occasioni, esercitavano il loro diritto di prelazione, consolidando
il principio che la sicurezza del volo di sistema non era una necessità
organizzativa ma un’esigenza contro la stupidità dei piloti. E
in azienda il principio diveniva cultura.
Nacquero così compagnie HCC, compagnie
charter, compagnie in franchising, compagnie di consulenza, si spostarono
masse di lavoratori per creare l’HUB: Malpensa. Intanto si guardava all’alleato
del nord alla pari. Facemmo foto, brochure, corsi di cultura olandese,
doppi logo, mix di manager. Formammo, con buona pace di Anpac, Alitalia
Team, dove furono chiamati, tra i campi di orzo della Magliana, solo i
fedelissimi, i più capaci, quelli che la sicurezza l’avevano nel
sangue. Ci riorganizzammo e ristrutturammo e, soprattutto, ringiovanimmo
tutta la generazione dei piloti mandando in pensione centinaia di vecchi
brontoloni rincoglioniti. Tutto questo fu fatto con un’unità d’intenti,
tra Azienda ed i piloti, mai registrata prima. La sicurezza del volo era
intanto un esercizio statistico di registrazione di dati forniti dagli
stupidi piloti.
Un giorno, poi, improvvisamente, l’alleato
olandese ci abbandonò e la realtà divenne catastrofica:
ci dissero che c’era stato un errore e che ci ritrovavamo al punto di
partenza. Da quei giorni di Giugno sono passati sei anni e guardando con
occhi disincantati scopriamo che abbiamo cambiato tre Amministratori Delegati,
abbiamo bruciato duemila miliardi di lire vere e quasi un terzo del valore
di capitale dell’Azienda. Abbiamo perso aree di mercato, abbiamo chiuso
scali e mandato a casa, forse inutilmente, quasi 400 piloti tra i più
esperti disponibili in quel momento, molti dei quali ancora piangono per
l’abbandono. Abbiamo fatto almeno quattro ristrutturazioni organizzative
e abbiamo, incredibile a dirsi, perso l’identità aziendale rinunciando
al cinquantennale marchio Alitalia a favore di quello di una compagnia
low cost! Sì perché, anche se non piace sentirlo, siamo,
di fatto, una compagnia low cost! Valiamo e voliamo come una compagnia
low cost. Il passaggio ad Alitalia Team è stato un bagno di sangue
per i danni, diretti ed indiretti, che ha provocato. La Lufhtansa è
rimasta Lufhtansa, come lo sono rimaste la British, l’Iberia, l’Air France,
la KLM e così di seguito. Alitalia, invece, è sparita dalle
nostre fusoliere, dai nostri tesserini, dalle teste dei dirigenti, ovunque.
Al suo posto c’è un prodottosussidiario di basso livello.
Tutto questo con i vincitori di allora e
con il nostro inconsapevole consenso, fiduciosi di collaborare per le
scelte migliori. Siamo quindi tutti responsabili del disastro in cui ci
troviamo e lo siamo per aver creduto alle promesse fatte senza essere
capaci di vedere la cosa più semplice: l’assenza dei risultati.
Lo siamo per aver creduto che le logiche di scambio tra azienda ed Anpac
fossero funzionali al risultato finale, per il rilancio dell’impresa,
mentre lo erano per interessi di carriera individuali da entrambi le parti,
e senza che ve ne fossero le capacità. Le perdite che abbiamo accumulato
sono da ascrivere, certamente, a quanti hanno perseguito questi obiettivi.
Molti di questi eroi sono ancora seduti dietro pregiate scrivanie sulla
collina della Magliana, a contemplare panorami d’orzo e addirittura incoscienti
dei danni provocati e chiedendosi cosa mai vogliono ancora questi piloti.
Certamente non vogliamo fondare un nuovo sindacato,
ma dobbiamo aggregarci per ricostituire un gruppo nel quale prevalgano
i valori fondamentali della nostra professione, disconoscendo quegli atti
che in questi sei anni hanno svilito il nostro ruolo di piloti e l’etica
professionale che ci contraddistingue, partoriti da quella cultura violenta
che, nel Giugno del 95, segnò l’inizio di questa sottocultura imprenditoriale.
Ignoranza, arroganza della posizione, scelte offensive della dignità
professionale, clima insostenibile, tutte cose portate avanti da pochissimi
"colleghi", con la collaborazione dei responsabili delle risorse
umane aziendali, che non ci appartengono, nelle quali non ci riconosciamo
e che hanno dato della nostra categoria la peggiore immagine che si poteva
desiderare. Siamo convinti che si possa tornare ad un sindacato di piloti,
semplice nella struttura ma deciso negli obiettivi, che sappia riconoscere
la necessità di un nuovo tipo di collaborazione atta a far fronte
ad un mercato dell’aviazione civile che si dimostra sempre più
ostile e difficile. I piloti sono cambiati, l’addestramento è cambiato,
gli aeroplani sono cambiati, l’ambiente operativo è cambiato, il
mercato è cambiato ma le nostre esigenze sono sempre le stesse:
sicurezza del volo, qualità della vita, giusta retribuzione e giusta
previdenza.
Questi sono gli obiettivi che vogliamo perseguire insieme, null’altro.
Sandro Pierotti

Le grisaglie vuote
(Grisaglia: stoffa, per lo più
di lana, tessuta con toni grigi senza disegni apparenti. Un vestito
di grisaglia.)
I sentimenti che hanno pervaso l’umanità
dopo gli eventi dell’11 Settembre scorso sono stati i più vari
e, sicuramente, per ciascun essere umano hanno assunto sfumature tra le
più diverse. Un sentimento che ci ha certamente accomunati tutti
è stato l’indignazione: semplice, universale ma capace, a volte,
di smuovere e coagulare le masse più inerti.
Dopo quell’infausta data molti altri fatti sono successi: cose che, in
qualche modo, sono state influenzate dagli avvenimenti che saranno trascritti
nei libri di storia dei vostri figli, dei miei nipoti. Cose che hanno
riguardato il nostro paese, la nostra categoria, noi come persone con
fatti comuni, anche personali, ma che tuttavia hanno generato, almeno
in me, lo stesso sentimento d’indignazione.
Si può discutere su tutto, si possono avere idee politiche diverse,
visioni diverse, valori etici diversi ma io credo che la morte di grandi
quantità d’esseri umani non può lasciarci indifferenti quando
questa è dovuta all’incuria, all’incapacità, alla negligenza,
alla superficialità, alla sete di potere…. di altri esseri umani.
Ciò che anche ci deve colpire è la sofferenza indotta in
tutti coloro che sopravvivono e che per il resto della loro vita si porteranno
dentro quest’immane cicatrice di dolore.
Anche ciò che è accaduto nell’aeroporto di Linate, l’orrore
che ha suscitato e le conseguenze ancor più gravi che avrebbe potuto
avere, non è stato cosa sufficiente, per nessuno, di sentire il
dovere, non dirò morale, ma civile di abbandonare la propria posizione,
almeno nell’attesa che questa sia chiarita dalla legge. Nulla.
Tutti, vestiti nelle loro migliori grisaglie, si sono prestati al gioco
dei media per presentare le rispettive giustificazioni, tutti non responsabili,
nessun imputabile. Mi domando dove sia finita la dignità umana,
mi domando quale sia il limite fisiologico cui può arrivare l’autocompiacimento
umano prima che sia capace di dire: basta ne esco fuori.
Eppure la gente continua a non capire, a rimanere immobile per vari motivi:
amicizia, convenienza, pigrizia… e quant’altro. E così le grisaglie
vuote si aggirano per i vari corridoi istituzionali, continuando ad arrecare
danni inenarrabili, generando negli altri i peggiori sentimenti di rivalsa.
Personaggi che credono che un bel vestito grigio, un eloquio fluente sia
condizione sufficiente per guidare persone, per prendere decisioni che
poi, nel bene e nel male, influenzeranno mogli, figli, genitori e parenti,
in una sola parola: vite umane.
Per la vita che ci riguarda sentiamo tutti, in questi giorni, una sensazione
di precarietà, di forte incertezza che minaccia tutto quello per
il quale ci si è impegnati, che ci fa temere per il nostro futuro
ma che sappiamo non dipendere da noi. Per quanto mi riguarda è
anche una sensazione di impotenza e, certamente, di indignazione.
Mi domando come sia possibile che tutti questi anni di lavoro, durante
i quali ho sempre eseguito quello che mi hanno comandato di fare, ci abbiano
portato a questo nulla, a questi prati pieni d’aeroplani. Ma dove sono
finite le migliaia, i milioni di ore di volo, da tutti noi fatte e di
passeggeri trasportati? Quando avevamo la soddisfazione di avere l’aereo
pieno, ci dicono oggi, perdevamo ugualmente. Possibile che nessuno, a
fronte di affermazioni simili, senta il bisogno di liberare il proprio
ufficio ammettendo la propria incapacità nell’estremo tentativo
di salvare almeno la propria dignità e per rispetto di tutte le
vite che hanno messo, e metteranno, in crisi?
No, non mi sembra. Anzi ho visto, negli anni che hanno preceduto questa
disgregazione aziendale, moltiplicarsi le grisaglie vuote, prese dagli
stessi armadi in cui pendono divise di panno blu con assurdi fregi d’oro
sulle maniche, anche loro desolatamente vuote. Simulacri improvvisati
di leader che si aggirano per corridoi ovattati, avvinghiati ad altri
fantasmi aziendali in grisaglia e da loro costruiti, tutti accomunati
dalla presunzione di avere le capacità per decidere dei destini
di altri, delle vite di altri.
Personaggi che si riflettono su specchi di bronzo senza riuscire a capire
quanti e quali danni hanno fatto, pronti ancora a strappare l’ultimo brandello
di carne da questa carcassa ormai esaurita che è la nostra azienda.
Possibile che la risvegliata sensibilità nei confronti dell’indignazione
non riesca a farci aprire gli occhi per portarci ad abbandonare a loro
destino questi falsi leader? Ma cos’altro deve succedere? (S P)

Il comandante di B747
Carlo Trinchi, dopo aver combattuto all'interno dell'ANPAC per un cambiamento,
insieme ad un congruo numero di colleghi ha lasciato l'associazione ritenendo
di proporre il rinnovamento in una realtà come l'Unione Piloti
che per tante ragioni è più vicina alle reali esigenze di
chi vola e di chi ha volato (come noi che scriviamo su questo sito e che
gli utenti intendiamo rappresentare).
La serie di scritti di Carlo Trinchi è stata proposta appunto su
un Forum dei piloti ma l'autore ci ha concesso di farne uso perché
le sue riflessioni e le sue critiche trovano una straordinaria corrispondenza
nelle vignette che Sandro Calabresi proponeva sul famoso Notiziario sugli
stessi, irrimediabilmente ricorrenti, argomenti.
CAPORETTO
[Settembre 2001]
Il parto dei cervelli dell'Alitalia ha dato
alla luce il mostro.
Riduzione flotta: meno 6 MD80; meno 4 B 747; meno
2 MD 11; più 2 B 767 di Eurofly. E ancora sul network: saranno
chiusi scali di rilevante importanza intercontinentale.
Sembra di essere tornati alle gestioni degli anni '70 dove per chiudere
in attivo si vendevano gli aeroplani e l'Alitalia era considerata il fiore
all'occhiello delle aziende pubbliche, quando invece si stava scavando,
così facendo, la sua fossa che oggi è ultimata!
Il Dott. Mengozzi presentatoci come amministratore oculato e mago della
finanza ha finalmente messo in luce le sue capacità nel settore
illuminandoci con la sua esperienza (maturata nelle Ferrovie dello Stato);
risanare il bilancio con la vendita degli aerei e l'umiliazione di un
network già inesistente (metodi della gestione Nordio), peccato
che sono passati 20 anni.
Se ancora si voleva vendere la compagnia lo stanno rendendo ancora più
difficile. Se già si accusavano perdite di quote di mercato adesso
dai mercati abbiamo cominciato ad uscirci da soli senza aspettare di essere
sbattuti fuori.
Corto raggio: meno 6 MD 80. Quale il motivo se poi dobbiamo
vedere una compagnia senza storia ne futuro e tenuta in vita da noi, quale
Eurofly che vola con i nostri 5 A320. Si pretenda il rientro immediato
degli A 320. Questo sia bene inteso non significa che abbandoneremo i
nostri colleghi ma si provvedrà ad una loro collocazione nel gruppo.
Lungo raggio: per ottenere una crescita della flotta e un pur minimo
ampliamento del network intercontinentale si è lottato per anni
e concesso in deroga tutto, per ottenere oggi cosa? L'alienamento di un
settore senza una macchina in sostituzione, con la scusa di eventi che
in misura ben maggiore hanno colpito compagnie con flotte e network 5
volte più grandi dei nostri, (vedasi British Airways) e che pure
tali misure drastiche non hanno deciso di intraprendere.
La diminuzione del settore MD 11 è certa se pur, ci diranno, compensata
dall'ingresso di 2 B767.
Il numero di 6 MD 11 rimanenti calza con i 6 B777 quindi temo che a settembre
2002 accadrà che data la cronica incapacità del management
di produrre un seppur minimo risultato utile per la compagnia, assisteremo
alla definitiva messa a terra dei B747 e alla sostituzione con i B777
non degli stessi B747 ma degli MD 11.
Per chi non vuole capire e fa lo struzzo significa, a giochi ultimati,
flotta di lungo raggio = 6 B777, e 11 B767 = meno 9 macchine rispetto
ad oggi.
I 3 B747 restanti, dicono, rimarranno (momentaneamente aggiungiamo noi)
a coprire il Giappone (cioè 5 Tokyo e 3 Osaka settimanali). Come
si pensa di garantire tali frequenze con tre macchine? Visto poi la risaputa
"efficienza" della linea B747? O magari ridurranno anche lì le
frequenze?
E noto tra gli addetti ai lavori (cioè noi e non i manager attuali)
che maggiore è il numero degli aerei in un settore minore è
il costo di gestione del settore stesso anche in luce delle maggiori economie
di scala ottenibili in termini di equipaggi, manutenzione ricambi ecc.
Tanto vale che i B747, se la ragione della messa a terra è stata
finanziaria, li avessero alienati tutti, dato che mantenerne in linea
3 non ha giustificazione di risparmio alcuna.
E il Cargo? A questo punto per loro (visti i soggetti) credo non abbia
più alcuna importanza. Di questo ne parleremo qualora progettassero
di buttarlo definitivamente al macero o nelle braccia di chi è
già programmato a riceverlo.
Quanto hanno deciso di attuare sull'onda del dramma americano non credo
abbia aggettivi qualificabili. I dieci anni trascorsi sono tutti lì
davanti a noi e i deliri di onnipotenza di una componente sindacale, congiunti
ad inciuci ed incapacità manageriali hanno fatto il resto.
Cosa più triste è che dentro di noi non abbiamo ancora fatto
quella luce necessaria ad interrogarci e lavorare su temi che chiedono
come catturare energie per poterle usare per scopi che facciano il bene
dell'azienda e della categoria.
Che i sindacati riflettano ma non solo a parole o con volantini su quello
che è giusto si faccia e non si limitino a sterili "non sono d'accordo"
tanto per dire che si è detto.
Denuncino se necessario nelle sedi competenti la liquidazione per incompetenza
di un bene del paese.
Carlo Trinchi

Incarichi e vecchi vizietti
[ottobre 2001]
Gli avvenimenti a volte coincidono come se la casualità
fosse causata, o come se, per uno strano gioco delle parti, essi arrivino
nella realtà in contemporanea e ne scandiscano il momento in cui
l'opportunità di un'analisi per poter continuare si rende necessaria.
Il loro accadimento e la coincidenza del loro manifestarsi portano a delle
riflessioni e prese di posizione che una Associazione professionale o
un sindacato di professionisti non possono lasciare cadere considerandoli
fatti marginali giustificabili, quindi intesi come un comportamento normale
e lasciati passare nel più completo silenzio.
Non c'è nulla da dire: l'azienda ha deciso.
Ma come ha deciso? attraverso quali regole ha deciso? quali parametri
hanno determinato la scelta? Nessuno lo sa, nessuno ne conosce i codici.
Il dipendente con questa logica, come nella fede o nella lotteria, spera
che la buona stella premi lui invece di un altro. Ottenuta la promozione
o l'incarico tutti possono stare tranquilli: la fedeltà è
assicurata o premiata.
Gli altri, rimasti negli "stazzi", manterranno la speranza e la testa
china.
Ma di cosa si sta parlando? Cosa si vuole dire anche se il senso è
chiaro?
Si sta parlando di incarichi, gli ennesimi incarichi dati a senso unico.
L'azienda è in stato comatoso? L'Amministratore Delegato potrebbe
a breve essere cambiato? L'UE non darà l'avallo ai soldi? Gli aerei
sono sul prato e diversi equipaggi rallentati nella loro attività?
Niente paura noi (cioè loro) continuano nel dare-avere per mantenere
non il consenso ma misero potere, oggi infame perché ci sta distruggendo.
Le persone che sono state mandate a fare il corso di "collaudatore di
produzione"(così si chiama) come sono state scelte? Chi sono? Quale
è il loro curriculum? Perché loro e non altri non esistendo
regole e logiche?
Possiamo continuare a rimanere silenti di fronte a questo perseverare?
La regola per l'avvio ad un corso per questa compagnia è una telefonata
seguita dalla sospensione dal turno di volo. Se poi in quei settori si
è in pochi, niente paura, si partirà di riposo od in ore
credito.
Un sindacato, una associazione che vuole regole, che da lungo tempo chiede
le regole, non può più accettare questo procedere che dura
ininterrottamente da anni.
Abbiamo anche copiloti in compagnia che quel corso lo hanno già
fatto e molto bene ma come vediamo le risorse valide non interessano,
qui non siamo a Londra o Parigi o Francoforte: siamo a Roma.
"Il lupo perde il pelo ma non il vizio" neanche di fronte allo stato attuale
della compagnia.
Questi signori mandati a fare questo corso sono tutti targati! Si, cari
colleghi, sono tutti targati e magari hanno anche tutti dato le azioni
o quasi.
Se non condividete questi metodi ormai in uso da diversi anni: che cosa
pensate sia giusto fare?
Carlo Trinchi
P.S. Se non si condivide la politica presente, passata e futura di un
sindacato o di una associazione, le dimissioni sono un atto dovuto.
Abbiamo necessità di un sindacato forte, responsabile e determinato.
E' tempo di agire basta con gli inciuci

Ancora su incarichi e corsi
Ho iniziato la mia precedente mail "Incarichi e vecchi vizietti" dicendo
che gli avvenimenti a volte coincidono come se la causalità fosse
causata, o come se, per uno strano gioco delle parti, essi arrivino in
contemporanea e ne scandiscano il momento in cui l'opportunità
di un'analisi per poter continuare si rende necessaria.
Mai coincidenza, tra attaccamento al potere, sfrontatezza, spavalderia
e senso della misura è stata più vera. Si continua nei "casi
loro". "Non c'è peggior cosa che essere presi in giro sapendo di
esserlo". Anche al telefono.
Altri quattro piloti inviati al corso di Sicurezza Volo. 4+4=8+1=9. Del
più uno ne parleremo a breve.
Se ne conoscono le regole che ne individuano il profilo attitudinale?
Quali sono state le spinte che hanno indirizzato i responsabili aziendali,
anche piloti, ad indicare quei nomi di cui alcuni molto noti ed invadenti?
Possiamo permettere, colleghi a pane e caciotta in linea di volo e con
il mutuo, che i corsi aziendali vengano fatti per gli amici degli amici
o per coloro che hanno lavorato o lavoreranno servili? Possiamo permetterlo
per coloro che hanno lavorato sempre e solo per se stessi occupando incarichi?
Possiamo permetterlo a coloro che "ringhiano ricatti dall'interno delle
struttura sindacale" e vengono accontentati o allontanati a seconda del
caso?
No colleghi se abbiamo ancora una dignità, non lo possiamo più
permettere.
"Non c'è peggior cosa che essere presi in giro sapendo di esserlo".
La forza per agire va cercata prima dentro di noi poi al nostro esterno.
L'attuale Presidente Cerreti ha detto che non cambierà nulla: mai
parole furono più vere.
Continua, nel basso ventre della nostra azienda e nei suoi rami deleteri,
la politica di sempre. Si crede di mantenere anche tra le attuali macerie
il proprio potere.
Siamo stanchi, stufi di questi inciuci, stufi di questi metodi che in
barba alla crisi sperperano decine di milioni.
L'importante è che gli inviati a questi corsi, siano tutti targati
(sempre la stessa targa), siano quasi tutti cooperativi oppure, colmo
dei colmi, che già occupino poltrone nel loro C.D.A..
"Il troppo oltre che storpiare strozza" dicono in Italia. Sarà
vero?
Unione Piloti e, credo, anche UIL hanno richiesto all'azienda un incontro
urgente, per avere chiarimenti sia sul metodo selettivo delle persone
sia quali ne sono le regole.
Non è più possibile sottostare anche in base allo sfascio
aziendale, al perseverare di certe metodologie per mantenere potere. Per
questo è importante riportare tra noi, attraverso la forza dei
numeri, il buonsenso, l'autorità delle regole scritte, la dignità
del dipendente, del pilota che deve far rivalere le sue capacità,
la sua esperienza, la sua serietà di uomo e di professionista e
cacciare la stupidità millantata attraverso la tessera.
Questo vi chiediamo, aiutarci a ricacciare dai corsi professionali la
stupidità, la tessera, l'adesione o meno ad un concetto finemente
forzato di azionariato e ripristinare l'uomo, il professionista, il pilota,
il comandante.
Noi migrando, al momento, in Unione Piloti ci stiamo provando. Ci occorre
anche il vostro aiuto. Di più.
Carlo Trinchi
P.S. "Anche in periodi come questi si deve parlare di queste cose"? dirà
qualche ben bensante difensore di sistema. Si lo si deve. Ci hanno dato
750 miliardi: come li spenderemo? o meglio a chi li faranno spendere?
anche su questo ci dobbiamo interrogare. Su tutto ci dobbiamo interrogare.
"La nottata non è passata", come pure non sono passati coloro che
ci hanno portato a questo punto. Camillo li ha chiamati "culi di marmo".
"Non c'è peggior cosa che quella di essere presi in giro sapendo
di esserlo".
E' tempo di agire basta agli inciuci.
(acp) - Ci risiamo. Credere
che sia sufficiente partecipare ad un corso di sicurezza del volo o di
prevenzione incidenti per acquisire la conoscenza e le doti di investigatore
di incidenti è uno dei più grossi equivoci diffusi nell'aviazione
nazionale in questi ultimi due, tre anni.
Evidentemente, come si deduce dal dibattito dei Forum, la scelta dei soggetti
che una compagnia invia a questi corsi (li considererei dei semplici seminari
e non dei sistemi didattici in grado di fornire una qualificazione, tantomeno
una certificazione) provoca malumore e contrasti dal momento che tale
scelta sembra fatta più per sigla di appartenenza che per note
capacità personali.
Premesso questo condivido in pieno la contrarietà dei piloti che
si sono espressi nel Forum per ciò che si sta verificando.
Però è necessario adottare una diversa strategia.
Sentirsi esclusi da un apparente beneficio (la frequentazione del corso
sicurezza) e recriminare, serve solo a far credere che lo si considera
effettivamente un beneficio.
In tal modo quelli con il "pezzo di carta" si sentiranno tanto più
autorizzati a far pesare il "vasetto" e a spacciare pseudoconoscenza e
a fregiarsi di titoli. Saremmo invasi da investigatori di incidenti. Per
questo mi sono inserito nel dibattito con la seguente email.
L'argomento della frequentazione dei cosiddetti
corsi di sicurezza volo da parte dei piloti risale ad almeno trent'anni
fa.
Mentre in ANPAC [quella di "via dell'esperanto"]
fu gestito abbastanza correttamente fino alla fine degli anni 80, nella
compagnia Alitalia il responsabile del Servizio Sicurezza Volo [ad esempio
l'amico Silenzi] frequentò il corso completo di Accident Investigation
all'University of Southern California e successivamente inviò i
comandanti con incarico ed alcuni funzionari del servizio stesso a frequentare
le sezioni separate del corso che servivano maggiormente e che potevano
favorire integrazione di conoscenza limitando l'impiego di risorse. D'altra
parte in quel periodo i cordoni della borsa per chi faceva sicurezza non
erano larghi come da quattro anni ad ora.
Per tornare all'ANPAC, i componenti della
Commissione Tecnica che si impegnavano maggiormente nei lavori venivano
inviati alla University of Southern California per conseguire quel minimo
di preparazione formale affinché potessero svolgere la funzione
di accredited representative nelle commissioni di inchiesta sugli incidenti.
Nell'80, ebbi questo privilegio grazie
al lavoro che avevo svolto negli anni precedenti e potei frequentare un
corso di 15 giorni sullo Human factor. Nei quindici anni precedenti l'Italia
ed il gruppo Alitalia erano stati funestati da diversi disastri [potete
vedere l'elenco nel nostro sito airmanshiponline.com, uno dei primi articoli
del 1999 Incidenti
aerei in Italia negli ultimi trent’anni]
e lo studio delle investigazioni quasi sempre finalizzate a "pilot error"
mi diede modo di sviscerare l'argomento prevenzione ed investigazione
riproponendo sul Notiziario [di allora] considerazioni che ora appaiono
più attuali che mai.
Pertanto mi ritrovai a Los Angeles ad
avere una serie di conferme a quanto avevo appreso dallo studio di documenti,
atti di convegni e seminari e quant'altro era stato pubblicato nel mondo
anglosassone sull'argomento.
Nel 1985, come direttore della Commissione
Tecnica, decisi di aumentare le possibilità di qualificazione per
coloro che lavoravano per l'associazione e ritenni di utilizzare il corso
di Cranfield UK perché di minor costo e idoneo a fornire la qualificazione
per la funzione di accredited representative.
L'anno seguente aprii la strada per il
corso sicurezza volo dell'AM che allora si svolgeva a Guidonia.
Esso, infatti era individuato, anche
se erroneamente, dall'annesso 13 ICAO come corso di investigazione per
incidenti nel trasporto aereo civile. In ogni caso forniva un interessante
background tecnico anche se basato su norme dell'AMI o della NATO.
Il corso che durava due mesi non era
utile né per preparare completamente un investigatore di incidenti
in operazioni militari né, tantomeno, per qualificare un investigatore
secondo l'annesso 13 ICAO.
Infatti, i piloti ed altro personale
dell'AM che frequentavano il corso, venivano inviati ai reparti con la
qualificazione per svolgere esperienza come ufficiali di sicurezza volo
e, solo successivamente, attraverso esperienze sul campo venivano assegnati
a funzioni propriamente investigative.
Pertanto va sgombrato il campo dall'equivoco
che frequentare questi corsi possa dare la qualificazione e la preparazione
richiesta per essere investigatore di incidenti, magari con un attestato
formale. Frequentare i corsi è solo un'occasione per riordinare,
secondo le normative di riferimento [quelle ICAO, appunto e non quelle
dell'AMI] i concetti appresi con studio costante e produttivo [bisogna
esporsi a scrivere, estinsecando le capacità di mettere in relazione
cause ed effetti].
Ritengo equivoco assimilare la qualificazione
attraverso la frequentazione di detti corsi a bonus utili per una non
meglio identificata possibilità di carriera.
L'aspirazione alla conoscenza in questo
campo dovrebbe essere finalizzata prima di ogni altra cosa a svolgere
al meglio la funzione di comandante di linea:
nella massima sicurezza avendo la percezione
delle molte possibilità di errore apprese con lo studio di quanto
è accaduto ad altri.
A tal fine abbiamo in progetto la istituzione
in UP di brevi seminari propedeutici per chi volesse acquisire le conoscenze
di base dell'argomento prevenzione.
Lo scopo, oltre a quello di diffondere
un importante aspetto culturale della professione, è di individuare
quei piloti realmente meritevoli di essere inviati a spese dell'Associazione
a corsi realmente qualificanti, avendo fornito loro il bagaglio
di conoscenza per la maggior efficacia di tale frequentazione.
Infine su questo aspetto l'associazione
professionale deve essere completamente autonoma da iniziative di compagnia.
L'argomento è aperto.
Alla prossima occasione
acpezzopane
Ora il punto di Andrea
Susini (com.te di A321) su un importante risvolto della ristrutturazione
prospettata per quella che fu un tempo la "settima compagnia nel mondo"
e i suoi aerei lungo raggio «il ristorante italiano più alto del
mondo».
Ma prima un flash su quello che dicono dell'Alitalia, considerata ancora
la compagnia di bandiera italiana. Allora la domanda logica è:
come può una compagnia di bandiera fare a meno di una flotta lungo
raggio?
[da
airwise news] Oct
29, 2001 - Tough
Times For Alitalia
Italy's flag carrying
airline, Alitalia, saw a steep drop in passengers last month in the aftermath
of the terrorist attacks in New York.
A fall in demand for seats on North Atlantic routes was largely responsible
for a 17 percent decline in overall numbers.
The state-owned company said that passenger traffic to and from the US
fell 29 percent in September. Traffic in the first nine months of the
year fell 6.5 percent.
Europe's sixth largest carrier has already announced it is to cut 11 percent
of its staff, ground 15 planes and reduce flights to Asia, South America
and the US to cope with falling demand.
The airline expects lose 'significantly' more in the second-half of the
year than in the first. First half lossses were ITL503 billion (USD$233
million).
Sentivo
l'esigenza di fare una considerazione sugli ultimi avvenimenti che stanno
accadendo in casa Alitalia. Mi riferisco all' introduzione, da parte aziendale,
di un "Contingency Plan" che individua drastiche misure allo scopo di
tentare di arginare quella profonda crisi che attanaglia l'Alitalia e
che quei tragici fatti dell'11 settembre hanno contribuito ad aggravare.
Un "piano anti-crisi" che promette, stando a quello che viene riportato
puntualmente sui quotidiani, lacrime e sangue a tutti i lavoratori senza
essere seguito da un soddisfacente piano di rilancio e sviluppo, che possa
far credere che l'Azienda possa saldamente dire la propria sullo scacchiere
del trasporto aereo europeo e mondiale.
E' come dire che se da una parte ci fanno vedere il bastone, dall'altra
ci nascondono la carota.
Prendo come esempio l'enigma del lungo raggio: hanno deciso che, per far
fronte alla crisi, si rendeva necessario da una parte anticipare il phase-out
del B747, i cui costi di gestione erano notoriamente non competitivi
rispetto ad altri velivoli più moderni in commercio, e dall'altra
ritardare il phase-in del B777. Ma mentre si sa con certezza la
data in cui i mitici "capoccioni" (nomignolo del jumbo) saluteranno la
platea dei nostalgici in doppiopetto blu (me compreso) con il loro ultimo
atterraggio in livrea AZ, non é stato ancora reso noto quando entreranno
nel "parco macchine" i 6 fiammanti B777!
A questo punto provo a supporre di delineare uno scenario probabile:
1) il phase-in non coincida col phase-out;
2) sia previsto l'ingresso in flotta di 2 o forse 3 B767 provenienti dall'Eurofly.
Se ciò avvenisse avremmo la fuoriuscita dalla flotta di 6 B747
per Novembre e l'ingresso di soli 3 B767 con il conseguente sbilancio
di 3 velivoli "long-range" che si ripercuoterebbe negativamente, in termini
di impiego, sui piloti in forza al settore jumbo.
Infatti chi si troverebbe a rimanere, e il condizionale è d'obbligo,
nel settore B747, verrebbe impiegato su un unico velivolo (del cargo nessuno
ha ufficializzato cosa se ne farà!) garantendo un'attività
così scarna da inficiare seriamente i livelli di sicurezza.
Questo non possiamo permettercelo, non dobbiamo permetterlo e quindi non
vogliamo che sia fatto. Non oso nemmeno immaginare cosa accadrà
ai miei amici piloti di jumbo ad aprile (l'ultimo B747 uscirà dalla
flotta a marzo) se non avverrà l'ingresso di altri velivoli di
lungo raggio. Quello che auspico è una posizione forte di U.P.
volta soprattutto ad ottenere, tra phase-out e phase-in, una coincidenza
tanto numerica quanto temporale. Avremo così ottenuto un non ridimensionamento
della flotta di lungo raggio ed il mantenimento di un importante presidio
della Alitalia sul network mondiale. Ma avremo altresì garantito
quel livello di professionalità ed addestramentoche il pilota ha
sempre dimostrato di meritare.
Andrea Susini [Comandante di A321(AZ) e rappresentante sindacale
UP del settore]
Per concludere l'argomento
ecco una storiella (senza grafica ma altrettanto efficace) che era già
comparsa in lingua inglese sul Forum AZ Pilots ed è stata riproposta
recentemente sul Forum dell'Unione Piloti da Frank Culemann, copilota
di MD-80 in Alitalia.
"Il dirigente ed il pilota"
Un uomo in una mongolfiera si accorse di
essersi perso.
Diminuì la quota e scorse un uomo sotto di lui.
Scese ancora un pò e urlò: "Mi scusi, mi può aiutare?
Ho promesso ad un amico che ci saremmo incontrati un'ora fà, ma
adesso non so dove mi trovo."
L'uomo sotto di lui rispose: "Lei si trova
in una mongolfiera sospeso a circa 10 metri da terra. Si trova inoltre
tra 40-41 gradi di latitudine nord e 59-60 gradi di longitudine ovest."
"Lei deve essere un pilota", disse l'uomo
nella mongolfiera.
"Infatti, lo sono", rispose l'uomo, "ma lei come fà a saperlo?"
"Beh...", rispose l'uomo nella mongolfiera, "tutto ciò che mi ha
detto è tecnicamente corretto, ma io non ho la più pallida
idea di cosa farmene delle sue informazioni. Il fatto è che io
sono ancora perso. Francamente lei non è stato di grande aiuto."
L'uomo sotto rispose: "Lei deve essere un
dirigente."
"Infatti, lo sono", replico' l'uomo della mongolfiera, "ma lei come fà
a saperlo?"
"Beh...", disse l'uomo a terra, "lei non sa dov'è e nemmeno dove
stà andando. E' salito fino a lì grazie ad un pallone gonfiato.
Ha fatto una promessa che ora non può mantenere e si aspetta che
io le risolva i suoi problemi. Il fatto è che lei si trova esattamente
nella stessa posizione in cui si trovava prima che ci incontrassimo solo
che adesso, misteriosamente, è diventata colpa mia."

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