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Istanbul 1975, quando
l'errore del pilota divenne «fattore umano»
E' dalla prima edizione di
airmanshiponline che meditiamo di pubblicare questo lungo articolo
comparso unicamente sul Notiziario ANPAC nel lontano 1976.
Esso fu scritto dal Comandante Franco De Rosa, un antesignano nell'approfondimento
del fattore umano, all'indomani della sua partecipazione per conto della
Commissione Tecnica dell'ANPAC alla 20a Conferenza di Istanbul
della IATA "Safety in Flight Operations".
Franco De Rosa era allora comandante di DC-10 [il trigetto McDonnell-Douglas
dal quale è derivato l'MD-11] ed era il periodo in cui venivano
introdotti e diffusi nelle compagnie aeree criteri di impiego degli aeromobili
basati su precisi standard operativi. Le associazioni dei piloti erano
naturalmente attente all'evoluzione che si manifestava nel mondo aeronautico
in seguito all'analisi di un gran numero di incidenti nei quali la mancanza
di crew coordination aveva determinato una sequenza tragica di eventi.
Ciònonostante c'erano delle notevoli difficoltà o resistenze
al cambiamento sia nelle compagnie che tra i piloti.
Alla Conferenza di Istanbul il comportamento inadeguato dei piloti, individuato
in quegli anni genericamente come "pilot error", venne sviscerato e analizzato
da specialisti di dinamiche percettive, di ergonomia e di altre scienze
del comportamento. Era presente tra questi un professore di psicologia
dell'Università di Manchester che doveva riproporre quasi vent'anni
dopo in un'altra Conferenza IATA, a Montreal, la teoria dell'Organizational
Accident divenuta riferimento per l'ICAO e per la maggior parte degli
enti aeronautici in tutto il mondo. Era l'ormai famoso James Reason.
Quando lessi per la prima volta l'articolo di De Rosa ebbi immediatamente
la sensazione di una diversa dimensione della professione e, come me,
molti altri colleghi beneficiarono di questa lettura anche nella loro
attività operativa oltre che nella propria formazione culturale.
Infatti una lettura tira l'altra e si arriva alla constatazione che la
professione non è affatto routine ma una continua scoperta di se
stessi in rapporto all'ambiente, alla macchina, agli altri.
Ed ecco la prima parte di questo pezzo d'archivio con una domanda necessaria,
visto che citiamo molto spesso il mitico "Notiziario": gli attuali inquilini
dell'ANPAC sono o no al corrente del tesoro di conoscenza contenuto in
alcuni scaffali?
Human Factors
INTRODUZIONE
Quello che segue
è il testo di un rapporto da me inoltrato, senza ottenere alcun
esito, alla Direzione di Esercizio dell'ALITALIA. Malgrado la rilevanza
del fattore umano come causa di incidenti di volo ogni tentativo di approfondimento
in questo campo ha trovato e trova forti resistenze sia all'interno delle
Compagnie di N.A. sia, per motivi diversi, da parte delle associazioni
professionali dei piloti.
Mi scuso con i lettori se riscontreranno un taglio poco professionale
nella parte del rapporto dedicata agli aspetti psicologici.
Ciò si spiega con il fatto che io faccio il pilota e non lo psicologo.
Com.te Franco De Rosa
1a PARTE
PREMESSA
Questo doveva essere un normale
rapporto su un incidente di volo, ma si è via via trasformato,
assumendo la presente forma, in relazione a considerazioni legate agli
argomenti di cui si è parlato nel corso della Conferenza sugli
"Human factors" tenutasi ad IstanbuI nel 1975. La presa di coscienza dell'esistenza
di una dimensione fin’ora trascurata delle particolari condizioni di lavoro
del Pilota, espressa nel corso della Conferenza, mi avevano già
suggerito di adottare nell’attività di linea una distribuzione
dei compiti tra i membri dell'equipaggio più articolata rispetto
a quella tradizionale.
L'incidente di cui si parlerà nel presente rapporto, o meglio ancora,
la soluzione dell'incidente, che ha costituito a mio avviso un valido
collaudo della adeguatezza della nuova distribuzione, peraltro complementare
e armonica rispetto alla tradizionale, mi ha spinto a sottoporre ad altri
una più ampia esposizione dei criteri che mi avevano indotto ad
adottare questa nuova distribuzione.
Per conseguire un minimo di chiarezza è indispensabile richiamare
alcune nozioni di cui si è parlato nella predetta Conferenza di
Istanbul, sia pure limitandoci alla parte strettamente attinente ad una
sola delle funzioni basiche della psiche umana, quella dell'attenzione,
che riveste primaria importanza nel nostro mestiere.
L'uso dell'attenzione da parte del pilota, come di ogni altro essere umano,
avviene per i seguenti fini:
- esplorazione dell'ambiente circostante;
- memorizzazione di impulsi e dati;
- reminiscenza dei medesimi impulsi
e dati, nei tre momenti convenzionalmente indicati a brevissimo, breve,
lungo termine;
- analisi degli impulsi, dati e loro
correlazione; definizione ed adozione dei processi di adattamento alle
varianti condizioni ambientali;
- esecuzione degli atti di comportamento
per conseguire gli adattamenti così determinati.
Si definisce qui l'attenzione come
la facoltà della mente di discriminare e portare allo stato di
consapevolezza uno tra gli infiniti stimoli che si attivano in continuità
nell'ambiente, sia esterno che interno. Con esterno ed interno, si intendono
due zone separate da una superficie posta convenzionalmente a livello
della epidermide umana.
L'attenzione, tra le caratteristiche proprie, ne possiede una particolarmente
penalizzante: essa può essere applicata istante per istante, ad
un solo stimolo per volta, con esclusione quindi, per quel medesimo istante,
di ogni altro.
Questa proprietà fu illustrata ad Istanbul mediante una diapositiva
in bianco e nero riproducente un vocabolo molto familiare, qui sotto riportato.

E' abbastanza facile notare come sia di
volta in volta possibile scorgere solo la parola "FLY", o solo
i blocchi neri.
Nel gioco si vedrà che quando uno dei due particolari entra nel
fuoco dell'attenzione, l'altro arretra sul fondo.
L'effetto limitante di questa caratteristica è pesante, solo se
si pensi alle infinite situazioni in cui sarebbe gradito poter "vedere"
più cose nel medesimo istante, e quanto sia per contro frustrante
dover alle volte constatare che si è mancato di cogliere una informazione
essenziale in un momento critico.
Per compensare gli effetti di questa limitazione, la mente ricorre ad
uno sfruttamento intensivo dell'attenzione che realizza mediante
una rapidissima sistematica rotazione, lo "scanning", che si svolge in
tempi così rapidi che risultano il più delle volte impercettibili.
Ricorre inoltre all'uso di una particolare capacità di sostegno,
comunemente nota come "margine dell'attenzione", di cui una delle
caratteristiche è la capacità di assumersi in carico compiti
semplici, con cui alleggerisce il carico del fuoco.
I tempi richiesti dal funzionamento dell'attenzione sono come si
è detto, brevissimi ma condizionano, ciò non di meno, il
funzionamento generale dell'organismo umano in tutte le fasi di comportamento.
Ne sono pertanto studiate le caratteristiche in relazione sia ai tempi
che alle migliori condizioni di efficienza.
Si è visto che la resa dell'attenzione non è costante
ma varia in funzione di vari elementi tra i quali il tempo a disposizione
per il conseguimento di un determinato fine, la esperienza individuale,
le condizioni fisiche esistenti, lo stato emotivo prevalente.
Analizzando in dettaglio i cinque momenti sopra elencati, è possibile
scorgere il rapporto di dipendenza tra una situazione in evoluzione e
le varie possibilità di controllo ed adattamenti in funzione dell'attenzione.
a. Esplorazione dell'ambiente circostante.
L'impiego dell'attenzione in questa fase è ovvio. Quali
siano le caratteristiche dell'ambiente in cui si trovi ad operare l'uomo,
è rivelato da una serie infinita di stimoli che colpiscono contemporaneamente
la superficie dell'epidermide e che raggiungono il cervello tramite una
dozzina circa di sistemi sensori. L'attenzione serve appunto a
discriminare tra di essi un singolo stimolo, oppure una serie collegata
di stimoli, e portarlo a livello cosciente per consentirne l'analisi.
Va detto per inciso che viene contemporaneamente raccolta dal margine
dell'attenzione tutta una serie complementare di stimoli, i quali
vengono analizzati e comparati a livello subliminale, nel modo che risulterà
più chiaro in seguito.
Come interviene il fattore limitante nell'economia di questa fase?
L'attenzione si sposta velocemente da uno stimolo all'altro, da
uno visivo ad uno acustico, da una sensazione di temperatura ad una di
pressione, ad una di variazione di pressione, ciascuno dei quali viene
trasmesso contemporaneamente al cervello da uno specifico canale sensorio.
Il numero di stimoli che si possono quindi analizzare in un dato tempo
dipende dalla velocità con cui si può spostare l'attenzione:
ora non si e riusciti, per quel che mi risulta, a determinare il numero
di spostamenti al secondo di cui sia capace l'attenzione, perché
gli sperimentatori sono incappati in un'altro fattore limitante, proprio
delle caratteristiche fisiche del canale sensorio interessato.
Benché la separazione non sia definibile con tagli netti, subentra
una limitazione che potremmo chiamare di secondo grado.
Ogni canale sensorio ha infatti un tempo tecnico di funzionamento, in
termini di stimoli al secondo ricevibili, ed un carico limite oltre il
quale viene meno la sua funzionalità.
Giova qui ricordare che per impulso non si intende un singolo bit di informazioni,
bensì un certo numero non precisabile di bits, tanti quanti possono
essere raccolti, ad esempio, con un'occhiata, oppure con una aspirazione
nasale che permetta di cogliere un certo numero di odori. Tale meccanismo
consente di raccogliere con una occhiata una serie di informazioni relative
alla forma, al colore ed allo sfondo in cui e inserito l'oggetto dello
sguardo; ognuno di questi stimoli si compone in ciò che a noi appare
alla fine come una immagine unitaria.
In questo contesto per impulso intendo appunto la informazione che abbia
raggiunto di già la sua unità minima intellegibile.
In relazione al limite di carico, i sensi più studiati a tutt'oggi
sono la vista e l'udito, ed anche per questi i valori riscontrati non
sono quantità fisse, ma campi di valori.
Per l'udito si parla di due-tre al secondo, mentre per la vista di tre
al secondo [meno uno, più due]; un campo quindi che va da due a
cinque al secondo con una prevalenza di frequenza di tre al secondo.
Nonostante che tali dati risentano di una certa arbitrarietà, ho
ritenuto che avrebbe potuto rivelarsi interessante tentare una verifica
pratica di quale potesse essere l'influenza di questi valori in relazione
al comportamento professionale del pilota.
Tenuto conto del fatto che la vista è il sistema sensorio per il
cui tramite viene assunta la stragrande maggioranza di informazioni in
volo, ho impostato un piccolo programma d'osservazione restringendo il
campo alle sole fasi critiche, ed a quelle informazioni, che ritengo indispensabili
per condurre a buon fine il volo; in pratica le informazioni che si riferiscono
ai tre fattori fondamentali: direzione, quota, velocità.
Ho assunto che il pilota utilizzi le letture di almeno tre strumenti per
ciascun fattore, vale a dire: per quanto riguarda la velocità,
l'orizzonte artificiale, l'anemometro ed un indicatore
di potenza applicata; per la quota, l'orizzonte artificiale,
l'altimetro ed il variometro; per la direzione, infine,
ancora l'orizzonte artificiale, la bussola, ed un indicatore
di allineamento, quali un beacon, ILS, od altro.
Per quanto riguarda il numero di focalizzazioni ho assunto il numero medio
di tre al secondo.
Ne conseguiva quindi che avrei dovuto riscontrare una frequenza ideale
di scanning pari ad un controllo completo di valori per ciascun fattore
ogni tre secondi, in condizioni ottimali: velocità una volta ogni
tre secondi, quota una volta ogni tre secondi e così via.
Questo dato ipotizzato in anticipo mi sembrò allarmante; io stesso
ritenevo di poter controllare un numero più elevato di informazioni
nell'unità di tempo. L'osservazione pratica, mentre mi ha confermato
che in condizioni di particolare favore e calma si può arrivare
alle cinque focalizzazioni al secondo, mi ha altresì rivelato come
sia assai più facile scivolare verso la parte bassa del campo,
cioè due focalizzazioni al secondo. E ciò in condizioni
ottimali, ovverosia con aeromobile stabilizzato sulla traiettoria: in
questo momento infatti è lecito supporre che il margine dell'attenzione
si faccia carico dell'esecuzione fisica degli atti di pilotaggio, consentendo
che il fuoco dell'attenzione venga riservato interamente al compito
di esplorazione ambientale.
Questa fortunata situazione che è anche un obiettivo dello standard,
tende facilmente a deteriorarsi quando intervenga un fattore di disturbo,
quale un vento imprevisto, una asimmetria della spinta, od anche più
semplicemente e frequentemente la apparente instabilità dell'aeromobile
nel corto finale di un ILS, dovuto invece alla convergenza dei fasci radio.
Queste circostanze richiedono progressivamente manovre di controllo più
complesse, talché il margine dell'attenzione, per sua natura
più labile, perde la capacità di assicurarne il controllo,
la tensione nervosa aumenta ed il pilota deve applicare il fuoco dell'attenzione
alla situazione di pericolo emergente, per quantità crescente di
tempo, a detrimento della esplorazione ambientale.
Tale aumento di tensione nervosa, come è stato ben illustrato ad
Istanbul, produce una prima azione benefica sulla capacità di risposta
dell'uomo, ma oltre un certo valore ne inficia in rapida progressione
la efficienza fino a metterlo nella condizione di non poter fornire risposte
sufficientemente coordinate.
E' da notare come non sia stato ancora ipotizzato l'intervento di alcuna
di quelle variabili, più o meno prevedibili, cui ci si riferisce
normalmente con il termine di "emergenza"; è tuttavia già
possibile avvertire chiaramente una situazione di potenziale pericolo
nonostante che, secondo i canoni della corrente concezione della tecnica
di pilotaggio, ci si trovi in una situazione normale.
Il pericolo consiste nel fatto che in tale situazione ogni capacità
di risposta è saturata dalle esigenze di controllo della sequenza
in atto; ogni ulteriore richiesta di intervento eventualmente avanzata
da ulteriori complicazioni, non potrà materialmente essere soddisfatta.
Qualora uno stimolo violento, una luce rossa lampeggiante, un campanello
assordante o altro, riuscisse, penetrando attraverso il margine,
ad attrarre perentoriamente su di sé il fuoco dell'attenzione,
ne conseguirebbe necessariamente una caduta della qualità dell'esplorazione
ambientale.
Sui testi di psicologia aeronautica, a proposito di questa particolare
condizione, si parla di vera e propria riduzione di efficienza dei canali
sensori, mentre sembrerebbe più lecito legarla ad una impossibilità
fisica dell'attenzione a seguire e discriminare adeguatamente gli stimoli
che, pur presenti nell'ambiente circostante, non possono essere analizzati,
per la assoluta carenza di periodi di tempo adeguati.
L'effetto è comunque il medesimo, in quanto il limite di carico
delle strutture interessate è stato superato e ne è derivata
una caduta di efficienza.
b. Memorizzazione.
Il ruolo giocato dall'attenzione in questo processo è
intuitivo quando si tenga presente che condizione essenziale perchè
gli impulsi possano venire memorizzati è che essi raggiungano ed
oltrepassino la soglia della consapevolezza, o, in altri termini, vengano
discriminati mediante l'attenzione.
Ciò non è vero in assoluto, poichè parallelamente
il margine dell'attenzione provvede per proprio conto ad immagazzinare
quantità imprecisabili di impulsi e ad elaborarli a livello subliminale:
un lavoro, questo, complementare che fa si che ogni dato che entra nel
campo di coscienza sia accompagnato dal suo particolare sfondo, che concorre
ad illustrarne il significato.
Rimane tuttavia ferma la necessità che il dato che ci interessa
di sottoporre ad analisi venga portato a livello cosciente se lo si voglia
analizzare, ovverosia venga, ripeto, discriminato mediante la attenzione.
Ogni caduta di efficienza nella fase d’esplorazione, si riflette quindi
in maniera diretta su questa funzione.
c.Reminiscenza
Questa facoltà è stata ed è oggetto di infinite
ricerche, e svariati modelli sono stati proposti per giungere ad una coerente
spiegazione del suo funzionamento.
E’ stato studiato quanta parte di testi appositamente elaborati e sottoposti
a memorizzazione si perda dopo ore, giorni, mesi di intervallo e si sono
scoperte leggi interessanti.
Ciò riguarda tuttavia più i processi di apprendimento che
non queIli coinvolti nel concreto, quotidiano agire dell'uomo.
Sotto questo profilo, e relativamente al processo della reminiscenza,
a noi interessano due particolari aspetti che coinvolgono l’attenzione.
Il primo, presente in ogni modello proposto, è il riconoscimento
della autonomia pressochè totale deIla memoria, qui intesa come
reminiscenza, nei suoi modi di funzionamento.
Essa non si pone affatto docilmente a nostra disposizione come potrebbe
sembrare ad un osservatore distratto, ma funziona solo se si segue una
precisa procedura. La risposta si ha solamente a seguito di un sollecito
realizzato mediante l'invio di un segnale sonda specifico, il quale
provoca il processo di reminiscenza, ovverossia il ritorno a livello
cosciente di una certa quantità di informazioni precedentemente
immagazzinate, inerenti al significato del segnale sonda. A volte
la risposta risponde ad un richiamo diretto, altre ad un richiamo indiretto.
E' esperienza comune, ad esempio, che non ricordando un volto od un nome,
è talvolta sufficiente ricordare una circostanza concomitante,
quale il luogo od il motivo dell'ultimo incontro, per ricordare il nome
od il volto desiderato.
Il segnale sonda viene selezionato mediante l'attenzione,
la quale si trova quindi ad avere un altro utente.
Ciò non implica, tuttavia, che il processo di rievocazione richieda
continuamente la scelta di un segnale sonda, quando un uomo, il
pilota, sta controllando una sequenza di eventi, avviene che una serie
di dati entrano in continuazione nella sua sfera di coscienza e sono questi
stessi dati a fungere da segnali sonda per la rievocazione di altri
dati il cui utilizzo, in relazione alla sequenza in evoluzione,
risulti utile o probabile.
In questo processo l'attenzione è continuamente impegnata.
Tuttavia questa fase particolare ha sollevato non poche perplessità
nei ricercatori, che si ponevano la domanda: se, istante per istante,
un solo impulso, o dato, si trova ad essere a livello cosciente, come
può avvenire che l'uomo riesca ad individuare il nesso che leghi
eventualmente due dati, quando uno solo di essi si trovi per l'appunto
presente?
Una serie di ricerche ha consentito di mettere a punto un modello, verificato
sperimentalmente, di cui una parte è costituita da una specie di
serbato-filtro dove confluiscono e vengono memorizzati per brevissimi
periodi di tempo sia impulsi e dati via via trasmessi dal fuoco
e dal margine dell'attenzione, che impulsi provenienti dalla
memoria; quest'ultima per quanto attiene ai dati dell'apprendimento e
dell'esperienza.
Cosi il cervello ha a disposizione contemporaneamente tutti gli elementi
e può analizzare gli impulsi, scoprirne i nessi logici, procedere
alla comparazione con i dati dell'esperienza e definire alla fine i migliori
processi di adattamento e controllo.
Da quanto fin qui svolto è possibile trarre elementi che ci consentono
di individuare un pericolo connesso a questo tipo di funzionamento della
memoria, pericolo maggiormente preoccupante se riferito al lavoro del
pilota: una volta che questi sia coinvolto nel controllo di una certa
catena "A" di eventi, i segnali che sono via via presenti a livello cosciente
saranno tali da richiamare alla memoria dal serbatoio-filtro dati
di esperienza omogenei, coerenti con la catena "A" in evoluzione; se nel
frattempo, per un qualsiasi motivo, nasce la necessità che il pilota
debba analizzare una catena "NON A"; sarà necessario che egli in
qualche modo stacchi l'attenzione dalla catena "A" per portarla ad analizzare
stimoli relativi alla catena "NON A".
Provocare tale spostamento d'attenzione è il compito affidato
ai vari segnali di allarme che giacciono costantemente sul fondo, e le
cui variazioni di forma, di suono o di intensità luminosa eventualmente
captate dal margine, hanno appunto la funzione di richiamare su
di sè il fuoco dell'attenzione altrimenti impegnata.
La possibilità e la probabilità che lo spostamento si attui
è tuttavia legata alla disponibilità del potenziale di impiego
del fuoco: se la catena "A" di eventi ha caratteristiche tali da
saturare e trattenere l'attenzione in modo sufficientemente tenace,
lo spostamento di attenzione verso la catena "NON A" non avverrà.
(Queste considerazioni sono forse in grado di spiegare il comportamento
apparentemente incoerente di taluni piloti coinvolti in incidenti gravi).
Caratteristiche di sequenza capaci di trattenere tenaciemente l'attenzione
ve ne sono di vario tipo e due di esse ci interessano particolarmente
poichè, se concomitanti, possono costituire un'autentica trappola.
La prima è costituita dalla velocità di sequenza,
la seconda dal fascino della sequenza.
In che cosa consista la prima è presto detto: si è assunto
che il pilota lavori normalmene al limite delle tre focalizzazioni al
secondo, e ciò gli consente di rilevare ed analizzare un certo
numero di letture.
Egli potrebbe trovarsi coinvolto in una delle seguenti circostanze:
- trovarsi improvvisamente a dover fronteggiare
una catena di eventi il cui controllo richiede un numero di letture minime
superiori a tre al secondo;
- per effetto della alterazione del
suo stato emotivo, la sua capacità di "lettura" viene a scadere
al di sotto di tale valore;
in entrambi i casi la sua capacità
di intervento può facilmente divenire insufficiente, dando luogo
a quella particolare situazione nota in gergo aeronautico come "volare
dietro l'aeroplano".
Ogni tentativo di recupero di controllo della sequenza sarà
impedito dallo stato di saturazione dell'attenzione.
In questo caso la reazione di difesa che avviene spontaneamente si realizza
nel seguente modo: un crescente numero di stimoli, letture, viene progressivamente
abbandonato. La sola difesa possibile infatti è che a livello
serbatoio-filtro vengano "passate" quantità sempre più
limitate di impulsi da sottoporre ad analisi, e ciò nel tentativo
di ristabilire al più presto condizioni di compatibilità
tra le esigenze di controllo della sequenza e la capacità
di computo esistente al momento nell'uomo, in questo caso il pilota.
E' intuitivo che tale quantità può rivelarsi del tutto insufficiente
rispetto alle esigenze minime necessarie per il controllo della sequenza
in sviluppo.
Questo processo così lungo da descrivere, nella realtà concreta
del volo precipita in un batter d'occhio.
Ad lstanbul fu illustrato un incidente che può dirsi tipico di
questa situazione appena illustrata.
In quella circostanza un aeromobile di linea aveva condotto un volo che
si stava compiendo normalmente in condizioni di buona visibilità,
di notte. Le immagini illustrarono che a duecento piedi di quota la situazione
si presentava del tutto normale, salvo due letture importanti: un leggero
scostamento rispetto al prolungamento dell'asse pista, ed un variometro
attorno ai millecinquecento piedi al minuto a scendere. In una discesa
stabilizzata, la quota di duecento piedi avrebbe garantito un intervallo
minimo di venti secondi prima dell'impatto col terreno; con un variometro
di millecinquecento piedi, i secondi a disposizione si erano ridotti ad
otto, senza che presumibilmente i piloti se ne rendessero ben conto.
ll pilota ai comandi si trovò così inaspettatamente a dover
compiere un numero di manovre di per sè semplici, in un tempo due
volte e mezzo inferiore a quello cui la sua esperienza lo aveva abituato.
Gli ultimi secondi videro altresì l'insorgere rapido di uno stress
nervoso acuto in vista della probabile conclusione tragica.
Quel pilota, pur esperto, sembrò non reagire per nulla né
alla situazione critica, né ai richiami concitati del pilota a
fianco, il quale si era reso conto della gravità del pericolo.
L'aeromobile si schiantò sulla pista andando completamente distrutto,
e fu solo fortuna se non si ebbe alcuna vittima umana.
Ritengo che il pilota in questione stesso si sarà molto meravigliato
del proprio incomprensibile comportamento, o meglio, mancanza di comportamento.
Per quanto riguarda me stesso, considerandomi un pilota medio, e ritenendo
quindi di essere esposto ai medesimi pericoli, ritenni utile cercare di
individuare se vi fossero dei mezzi per pararli.
Sarei stato molto interessato di sapere quali e quante informazioni mi
capitasse di lasciar cadere in occasione di fasi critiche.
Ciò si può facilmente verificare sfruttando la proprietà
della reminiscenza per cui solo ciò che entra nel fuoco
dell'attenzione può essere poi ricordato: basta quindi riandare
con la mente sistematicamente ai dati relativi a fasi critiche, come l'avvicinamento
per esempio, e tentare di ricordare la serie di valori relativi ad ogni
fattore, per poter riscontrare ciò che si sia effettivamente rilevato
o tralasciato.
Potei constatare che effettivamente la mia attenzione in quelle
circostanze tendeva a concentrarsi sui parametri di un fattore, mentre
la memoria non mi rimandava letture relative ad altri fattori. Ad esempio
ricordavo tutta la sequenza di letture relative alla velocità,
ma non alla potenza applicata o al variometro, e così via.
Questa pratica mi diede alcune informazioni utili su cui ritornerò
più avanti.
Parlando di una trappoIa in cui può cadere il pilota, avevo accennato
a due condizioni concomitanti, la velocità di evoluzione
dell’evento ed il suo fascino.
ll fascino della sequenza è determinato dalla motivazione
che induce il comportamento. Anchè questo è un qualcosa
che opera a livello serbatoio-filtro.
Qui abbiamo detto che convengono dati, impulsi provenienti dal fuoco
e dal margine dell’attenzione, nonchè dalla memoria
per quanto riguarda i dati dell’apprendimento e delle precedenti esperienze
analoghe, ora bisogna aggiungere anche gli stimoli derivanti dalla motivazione,
che è costituita dalla volontà o desiderio di conseguire
un risultato gratificante.
Debbo ricordare, ed è punto importante, che della quantità
imponente di impulsi che raggiungono il serbatoio-filtro in un
dato istante, solo una parte assai modesta viene passata a livello cosciente
per le opportune analisi. Esiste una fase preliminare di selezione degli
stimoli, ed è per questo che questa parte del modello è
stata chiamata serbatoio-filtro, un filtraggio che avviene prima
e fuori della sfera di consapevolezza, a livello subliminale, e che condiziona
e limita ovviamente la successiva analisi a livello cosciente.
La domanda che ci possiamo porre è: con qualce criterio, con quale
diritto, in vista di quale fine viene eseguita questa preselezione, in
cui dati importanti possono benissimo venire bloccati e non raggiungere
quindi il livello cosciente, dove avverrà di conseguenza una analisi
incompleta?
Questo è il campo di indagine prediletto ed amato di autentica
passione da filosofi, etnologi, psicologi delle varie scuole, antropologi,
etologi, religiosi, storici, sociologi, linguisti, epistemologi. Fanno
eccezione i soli ideologi di vario colore, i quali partendo dalla presunzione
di avere individuato formule semplici entro cui sia sufficiente imprigionare
l'infinita ricchezza della personalità umana per liberarla con
tratto taumaturgico dal travaglio e dalla sofferenza, si ritengono con
ciò dispensati da ogni ulteriore approfondimento sulla rispondenza
della loro formula alle intime esigenze dell'uomo.
Ai fini di questa relazione, si può pensare alla motivazione
come una spinta, un "drive", una sollecitazione esercitata da una massa
amorfa di energie interiori che trovano le loro radici in fattori di ordine
bio-psicologico e culturale molto complessi e continuamente varianti.
In essa agiscono fattori derivanti da circostanze come l'appartenenza
ad un particolare gruppo etnico, gruppo sociale, l'educazione, l'esperienza
specifica, le doti di carattere, le conferme, le frustrazioni, le aspirazioni,
le paure presenti e future.
Queste forze insieme a numerose altre che è impossibile menzionare,
fungono da massa di spinta che induce l'uomo ad agire, ad assumere comportamenti.
Le varie componenti entrano a comporre un insieme che agisce come un tutt'uno,
ma che nel suo interno è sottoposto ad incessanti rivolgimenti
sotto lo stimolo di sollecitazioni endogene ed esogene. Ciò fa
sì che una, od una miscela di alcune di esse, assuma di volta in
volta un peso prevalente determinando la nota dominante della motivazione,
che dura fin tanto che permangono le circostanze che l'hanno chiamata
alla ribalta.
Tutto questo non serve solo a fare le grandi cose, come la guerra e l'amore,
ma entra costantemente nelle più piccole, come scegliere un piatto
per la cena od un paio di calzini.
Nel nostro particolare caso ne abbiamo di assegnate come dovere:
sicurezza, regolarità, economia del volo, comfort dei passeggeri,
per citarne alcune.
Un comportamento professionale dovrebbe essere sempre caratterizzato dalla
prevalenza di una di queste motivazioni, ma se ciò è di
facile enunciazione, è di difficile realizzazione, dato lo scarso
controllo che l'uomo può esercitare sul processo di formazione
della propria motivazione.
Si deve tener presente che la motivazione è dominata da
passioni e che sembra ormai accertato che queste dominino sempre l'intelligenza,
nonostante che diffusamente si ritenga l'inverso.
In ogni modo anche coloro che per disciplina di carattere siano riusciti
ad acquistare una maggior capacità di controllo sulle proprie motivazioni
sono sottoposti alla legge per cui se vogliono modificare una motivazione
in un'altra, devono ricorrere all'uso dell'attenzione, poichè
solo la constatazione che le condizioni sono ora cambiate, può
portare a mutare motivazione ed atteggiamento.
Un esempio spiegherà meglio questa circostanza.
Un pilota sta effettuando un avvicinamento normale. Quali sono le componenti
della sua motivazione? Molte: le quattro professionali citate sono
presenti, ma se ne è inserita sicuramente un'altra: una donna,
cui tiene particolarmente, lo sta attendendo all'arrivo. Questa motivazione
diventa prevalente a causa della sua estrazione passionale, e non è
inoltre in contraddizione con quelle professionali, al contrario rafforza
la sua determinazione ad atterrare. Improvvisamente nella sequenza
qualcosa comincia ad andare per il verso sbagliato, ma egli ritiene
di poter controllare agevolmente la situazione, ed aumenta il proprio
impegno.
Non sa che così facendo brucia le sue riserve di attenzione.
La situazione si aggrava e "risulterebbe più conveniente riattaccare".
Questo "risulterebbe più conveniente riattaccare" è il prodotto
di un'analisi che il pilota non può effettuare, perchè la
sua attenzione a quel punto è già saturata dalla
velocità di evoluzione della sequenza in atto.
Il serbatoio-filtro comincia a bloccare segnali, e quali lascia
passare? Con ogni probabilità solo quelli che servono la motivazione
prevalente presente quando il corso d'azione era stato programmato, vale
a dire quando era presente la senzazione piacevole determinata dall'attesa
della sua donna.
Aumenta quindi l'impegno ad atterrare ed assume una serie di decisioni
errate che lo portano a sfasciare l'aereo sulla pista, anche in questo
caso, visto che è un esempio, fortunatamente senza vittime.
Non gli viene in mente di riattaccare.
In effetti non gli può venire in mente, per carenza di segnali
appropriati a livello cosciente.
Questa non è fantascienza, è una realtà.
La motivazione prevalente fornisce il fascino della sequenza,
e vincola l'energia al conseguimento dei suoi obiettivi.
Tra le motivazioni capaci di fascino ho citato: l'amore che è uno
dei più ovvi, ma altre componenti possono interferire ed inibire
quelle professionali.
Il desiderio di confermarsi abile, l'aspirazione alla superiorità,
il timore di perdere la stima del gruppo sociale, la paura di sanzioni,
il desiderio di conseguire premi, per citarne alcuni.
La motivazione, intesa come la somma delle esperienze e delle aspirazioni
di un pilota, occupa una parte assai importante nella struttura del carattere.
Non a caso alcuni lavori presentati ad Istanbul insistono sulla necessità
di appurare la qualità della motivazione dei candidati piloti.
ll difetto di questa proposta sta nel fatto che non esistono, che io sappia,
modelli ideali di motivazione cui ispirarsi, ed inoltre che la
motivazione cambia continuamente col procedere dell'esperienza
e col mutare della età.
I modi di funzionamento della motivazione sono particolarmente
insidiosi, e presentano due pericoli particolari: il primo consiste nella
via, che definirei spregiudicata, che segue per conseguire i propri fini;
tende cioè a sopravvalutare la importanza dei segnali che la servono
e, parallelamente, a svalutare quelli che la inibiscono, fino a deviarne
il significato o addirittura a bloccarli a livello serbatoio-filtro.
Così l’amore diviene veramente cieco: un innamorato che abbia bisogno
della fedeltà o dell'amore della sua donna, la trasfigura letteralmente.
L'avviso di un amico su una realtà diversa getta ombre sulla consistenza
dell'amicizia e aggiunge il fascino del martirio alla donna amata, anche
se questa batte a poco prezzo al quadrivio.
Fenomeno analogo avviene agli ideologi il cui amore per la loro stessa
ideologia impedisce loro di vederne difetti evidenti.
Il secondo pericolo potenziale è costituito dalla proprietà,
cui ho già accennato, per cui le motivazioni tendono ad affondare
le loro radici prevalentemente nelle passioni, e, per autodifesa, sono
capaci di invenzioni straordinarie pur di combattere e respingere ogni
assalto del razionale alla loro esistenza. Una di queste straordinarie
invenzioni è la questione di principio. E' noto in aeronautica
militare l'episodio di quel pilota, che chiamerò "Nando", che invitato
dalla torre a riattaccare perchè si stava avvicinando in modo nettamente
sbagliato, replicò con la storica frase: "Nando non riattacca mai!",
andandosi a sfracellare nel bosco a fondo di pista, salvando la pelle,
ma perdendo aeroplano e reputazione. Non ho mai avuto l'occasione di chiedergli
la sua opinione aggiornata sulla questione di principio.
Spero che sia sufficientemente chiara la genesi e la tendenza all'autoconservazione
della motivazione dominante, e di come essa possa dar luogo a quel
paricolare rapporto uomo-sequenza in sviluppo, che più sopra
ho indicato con fascino della sequenza. Quando la velocità
di evoluzione di sequenza si sposi col fascino, come può
ben capitare nel mestiere di pilota, si determina l'insorgenza di un pericolo
assai grave, che egli continui, una volta assunta, a proseguire su una
linea di azione dalle tragiche conseguenze, senza che se ne renda conto,
nonostante esistano numerosi segnali che lo dovrebbero rendere avvertito
del pericolo.
Questa situazione è presente in una quantità incredibilmente
alta di incidenti. Può essere tuttavia combattuta efficacemente
mediante una meglio specificata distribuzione di compiti tra i membri
dell'equipaggio, come riferirò in seguito.
(continua)
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