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PARTIRE E’ UN PO’ MORIRE
Il viaggio in aereo
come transito attraverso un’altra dimensione
"Aduso atavicamente
a vivere sulla crosta terrestre, ad obbedire alla legge di gravità
ed a muoversi su due dimensioni, l' uomo, allorché si alza in volo,
contravviene a quelle che sono le leggi fondamentali della natura, comportando
una profonda quanto oscura avversione all’istinto di conservazione, l'
istinto primogino e il più possente"
Col. Med. Mangiacapra
Più ci addentriamo
nella prima decade del terzo millennio più mi capita di rispolverare
e proporre vecchi scritti (ormai di un altro secolo) che potrebbero essere
utili a dimostrare le analogie di certi eventi che, proprio come negli
incidenti, sono sempre il frutto degli stessi fattori anche se diversamente
rimescolati. In questo caso però ci sono alcune differenze sostanziali
dovute alla attuale configurazione molto "aziendale" di una ridotta ma
"potentissima" parte della categoria dei piloti.
Gli anni 70 videro i piloti
dell'aviazione commerciale italiana, allora rappresentati quasi esclusivamente
dall'ANPAC, lottare duramente sul fronte sindacale, su quello tecnico
professionale e su quello della difesa dell'immagine della categoria.
Quel periodo vide anche una ricorrenza di disastri nel nostro paese che
portò ad una presa di posizione forte della categoria. Vennero
boicottati gli aeroporti definiti «seriamente deficienti» ed il Presidente
Scalfaro, allora Ministro dei Trasporti, promosse il Rapporto Lino (dal
nome del Colonello ex AMI, poi Generale), per individuare le carenze strutturali
degli aeroporti e dello spazio aereo nazionale al fine di intraprendere
le necessarie misure di adeguamento. In quel periodo iniziò una
progressiva ristrutturazione degli aeroporti e delle radioassistenze,
compresa la copertura radar dell'intero territorio nazionale.
Sul fronte sindacale noi piloti eravamo finiti in una sorta di imbuto
nel quale saremmo rimasti fino alla fine del decennio successivo, con
due contratti "bucati", un rinnovo a costo zero e slittamenti vari. La
difficoltà di realizzare gli obiettivi sindacali era già
allora frustrata da una costante contrapposizione che si manifestò
con atteggiamenti denigratori da parte dello stesso management aziendale
nei confronti dei piloti e dai loro scioperi a "gatto selvaggio". Questi
scioperi fecero coniare il termine, passato alla storia sindacale, di
"aquila selvaggia".
Molti mezzi di informazione, "velinati" dall'azienda, si associarono alla
campagna denigratoria diffondendo titoli sui "baroni dell'aria" e notizie
gonfiate su retribuzioni, liquidazioni, e capitalizzazioni pensione che,
tra l'altro, riguardavano personaggi estranei all'aviazione di linea.
Ora siamo ai "Califfi
del cielo" e si ha l'impressione che la storia si ripeta.
Ma un'analisi attenta dell'articolo con tale titolo, che l'Espresso ha
recentemente pubblicato a firma Francesco Bonazzi, mette in luce grosse
differenze con lo scenario di un quarto di secolo fa.
Stavolta le veline non possono essere partite dall'azienda visto che la
tesi centrale è che "azienda equivale ANPAC". Le altre due configurazioni
dei piloti citate: "superprofessionista a libro paga" e "soggetto sindacale
da lotta dura e pura" appaiono molto sfumate se non inesistenti quando,
invece, professionalità e sindacalismo erano i tratti che caraterizzavano
la categoria degli anni 70.
Oggi questo aspetto sembra riemergere nell'Unione Piloti, nonostante quattro
anni di egemonia di un ANPAC asservita alle mire di Angioletti ed al piano
di ristrutturazione di Cempella di cui già è stato detto
abbondantemente.
Quando scrissi l'articolo
seguente per il mitico "Notiziario" l'intenzione era di dare una percezione
diversa della professione del pilota di linea ed era motivata da convinzioni
profonde che non riesco più a cogliere se non sporadicamente nelle
reazioni di oggi e solo in una parte esigua della categoria. Può,
comunque, servire a stimolare utili riflessioni, secondo la filosofia
del nostro sito. [acp]
L' essere vivente, l'uomo come ogni altro
animale, prende coscienza fin dalla nascita del mondo che lo circonda
attraverso gli stimoli sensoriali (luci, suoni, odori. sensazioni tattili,
ecc.); la percezione di questi stimoli produce una serie di esperienze
che costituiscono l'apprendimento.
La percezione e l'apprendimento avvengono secondo dinamiche
che dipendono da molteplici fattori, tra questi, uno dei principali è
l'esplorazione da parte dell'essere vivente del mondo circostante.
Questo in linee generali è valido sia nella crescita del singolo
individuo che nell'evoluzione della specie.
La capacità di muoversi sulla superficie terrestre vuol dire anche
velocità di spostamento e il raggio d'azione dell'essere vivente,
oltre che in termini di spazio, viene quindi ad esprimersi anche in termini
di tempo.
Per la specie uomo, la possibilità di movimento nel suo habitat
è stata per millenni prevalentemente caratterizzata dallo spazio
che poteva percorrere con le proprie gambe.
Successivamente, per altre migliaia di anni, l'uso di animali per spostarsi
o per il traino di veicoli aumentava la velocità che, pur dello
stesso ordine di grandezza, consentiva scambi più rapidi di contatti
sociali, di comunicazioni, di merci e, in definitiva, di cultura.
Ciò che può essere definito cultura della specie,
del gruppo, oppure dell' individuo nella fase adulta dello sviluppo, è
strettamente legato alla possibilità di movimento allo stesso modo
in cui l'apprendimento è legato al movimento all'inizio del loro
sviluppo.
Il linguaggio stesso come espressione culturale indica la dipendenza delle
dinamiche sociali dalle possibilità di spostarsi, quindi dal raggio
di azione. Nel pensiero e nel linguaggio l'essere vivente concepisce le
distanze nei termini del tempo impiegato a percorrerle. Vale per questo
l'esempio di una società rurale del secolo scorso nella quale il
centro capoluogo di regione poteva trovarsi a diverse ore di cammino
o a qualche ora di carrozza.
Solo dal secolo scorso [ora
si intenda l'altro secolo], con
l'avvento della società industriale e con il progresso tecnologico
la possibilità di spostamento sulla superficie terrestre ha subito
un incremento dalla tendenza quasi esponenziale. Nella società
industrializzata del giorno d'oggi i mezzi di trasporto su strada, quando
serviti da una funzionale rete viaria, consentono nello stesso arco di
tempo (qualche ora) di spostarsi nell'ambito di uno Stato, mentre il mezzo
aereo consente gli spostamenti nell'ambito del continente.
Lo coscienza che in un arco di tempo che è frazione di una giornata
l'uomo può compiere balzi tali da condurlo in luoghi estremamente
diversi dal suo ambiente abituale (per situazioni sociali, caratteristiche
climatiche, di ora locale, ecc.) rappresenta nella maggior parte dei casi
un impatto culturale notevole.
Ouesta estrema mobilità ha ridotto in maniera drastica le dimensioni
apparenti del mondo, la tecnologia ha fornito all'uomo come specie, gruppo
o individuo, la possibilità di un raggio d'azione di scala planetaria
nell'arco di tempo di un intervallo tra due pasti principali, infinitamente
oltre, in sostanza, quello che le possibilità fisiche individuali
gli consentirebbero.
Culturalmente e psicologicamente la specie umana è però
ancora molto lontana dalla coscienza di una mobilità su scala planetaria,
essendo legala a schemi di spostamento tradizionali o, per lo meno, a
quelli cui è abituata da quasi un secolo (il treno e l'auto quando
non le sole gambe).
Gli stessi aeronaviganti [quelli
di vent'anni fa] annoverano nell'esperienza
personale aneddoti legati a reazioni di genitori, o vecchie zie, che assumevano
espressioni di incredulità, stupore e timore nel sentire figli,
o nipoti, affermare tranquillamente di essere in procinto di partire per
il giro di mezza Europa e di prevedere di rientrare per l'ora di cena;
a quelle espressioni di stupore seguivano spesso raccomandazioni fatidiche
come: "vola piano, basso e mettiti la maglia di lana". Nella stessa infanzia
o adolescenza dell'aeronavigante costituiva un viaggio anche la gita,
l'escursione o la semplice scampagnata fuori porta.
Queste sono alcune delle modalità con le quali l'uomo cosiddetto
moderno, ma sostanzialmente ancora legato, come dice il Col. Med. Mangiacapra,
alla superficie terrestre, si pone di fronte al trasferimento ad alta
velocità.
Facciamo ora un salto ipotetico nel futuro
e supponiamo di avere a che fare con una mobilità della specie
umana su scala galattica.
La fantascienza ci ha abituato a viaggi che dovrebbero avvenire nel cosiddetto
iperspazio per peter coprire distanze inconcepibili, con una sorta di
smaterializzazione del mezzo di trasporto o con la sua uscita dal continuum
spazio temporale che vede trasformati il mezzo stesso ed i suoi occupanti
in pura energia.
In questa maniera ci si verrebbe a trovare sotto ogni aspetto, anche quello
culturale, ad una distanza infinita dall'immagine dell'individuo che su
un calesse o con le proprie gambe percorre una strada sulla terra, uno
dei tanti miliardi di mondi che popolano l'universo. Passando quindi in
rassegna l’evoluzione della possibilità dell'uomo di spostarsi,
cerchiamo di individuare, nella scala che va dall'autosufficienza fisica
alla dipendenza da una tecnologia avveniristica, a quale punto avviene
quel salto di qualità nella mobilità che provoca il maggior
impatto culturale nella specie. Potrebbe essere individuato nel momento
in cui il mezzo usato per lo spostamento presenta un'elevata porenzialità
lesiva, quindi essere individuaro in termini di velocità.
Ma già alla fine del secolo scorso [di
nuovo la fine dell'altro secolo]
treni ed auto, pur non consentendo velocità spettacolari presentavano
aspetti inquietanti per il pubblico, dovuti forse al mistero che al momento
rappresentavano le tecnologie che tali mezzi avevano prodotto.
Quindi oltre alla velocità ed alla potenzialità lesiva in
caso di malfunzionamento, la ragione che crea nella popolazione un timore
di fronte a certe modalità di trasporto è legata alla difficoltà
e all'impossibilità di comprendere le leggi ed i meccanismi che
danno origine e permettono il funzionamento a certi mezzi.
Questo timore viene meno, generalmente, grazie alla constatazione ripetuta
del basso tasso di nocività del mezzo in questione più che
per la comprensione della sua natura.
L'utente del mezzo aereo percepisce infatti, oltre alla potenzialità
lesiva dello stesso, la complessità delle azioni che sono necessarie
per riportare il mezzo allo stato di quiete, azioni che devono essere
eseguite da un suo simile, azioni che richiedono enorme esperienza e maestria,
non una semplice esecuzione meccanica di poche manovre, azioni delle quali
l’utente non è peraltro in grado di capire le complesse dinamiche,
che sono quelle che in sostanza impediscono al pubblico di comprendere
la natura del mezzo aereo.
L'atteggiamenco culturale e le dinamiche psicologiche di chi usa il mezzo
aereo dipendono quindi dal fatto che, similmente ad un viaggio su un fantastico
mezzo intergalattico, egli si trova sostanzialmente in una dimensione
estremamente diversa, dalla quale solo l'equipe di operatori seduti «là
davanti» può riportarlo nel suo stato abituale di quiete o di moto
autonomo.
Se si pensa di entrare nella cabina passeggeri
di un aereo attraverso un passaggio telescopico all'aeroporto di partenza,
se il viaggio è effettuato di notte, senza visibilità esterna,
se all'arrivo si esce da un nuovo passaggio telescopico, si hanno le stesse
caratteristiche di una condizione in cui si entra in una porta, richiusa
la quale si viene smaterializzati rispetto al mondo che si lascia; una
condizione in cui i rapporti tra l'essere vivente e il proprio mondo abituale
sono lontanissimi dal rapporto naturale.
Si può dire che l'individuo è in uno stato di morte apparente
rispetto al suo mondo.
lnoltre nessun atto volontario dell'uomo che è in quello stato
particolare (parliamo sempre dell’utente, non dell’operatore) può
riportarlo al suo stato abituale.
L'unica volontà in grado di farlo è quella dell' equipe
di suoi simili che sta condividendo, con diversa consapevolezza, la sua
stessa vicissitudine.
Non a caso ho usata l'espressione "morte apparente" ed "equipe".
lnfatti, senza andare a pescare nella fantascienza, troviamo nella vita
di tutti i giorni, in ogni intervento chirurgico, di notevole impegno
e che richieda un'anestesia totale, una situazione simile per molti versi
ad un viaggio in aereo e nei confronti della quale le dinamiche psicologiche
dell'utente hanno dei paralleli interessanti.
Si tratta di un trasferimento in uno stato dal quale l'essere vivente
non può volontariamente evadere e nel quale la sua dipendenza da
azioni complesse di un operatore con elevata specializzazione, preparazione
ed esperienza è totale.
Qualche anno [anni
60] fa un comandante di linea dichiarò
in un' intervista che l'esercizio della sua professione era sostanzialmente
simile a quella del capo di una equipe chirurgica alle prese con un intervento
impegnativo. Il commento di chi riportava la intervista tradiva ironia
per tale affermazione ma fu stupefacente l'atteggiamento di sufficienza
di alcuni piloti. Costoro erano e sono individuabili in coloro i quali
sia con i colleghi che con i profani di cose di volo si esprimono, per
quanto riguarda il loro lavoro, con battute o affermazioni del tipo: "potrebbe
farlo anche una scimmia".
Sono coloro che probabilmente si ritengono vaccinati dalla possibilità
di errori e sono spesso i più solerti ad imputare gli incidenti
degli altri a mancanze dei piloti.
Questo loro comportamento è dovuto al desiderio inconscio di esorcizzare
l'evento volo verso il quale hanno generalmente un errato atteggiamento
professionale.
Questo è sostanzialmente ciò
che si verifica anche nell' utente.
"Operare un aereo di linea è facile, in fondo è tutto ormai
automatizzato, il mezzo è sicuro, il divario tra la condizione
di volo e quella di movimento sulla superficie terrestre non è
poi così drammatico".
Il fatto che al volo come sistema di trasporto si ricorra sempre più
frequentemente, l'enorme giro di affari che orbita intorno al trasporto
aereo, il sempre maggior numero di passeggeri trasportati, un'accurata
mimetizzazione degli incidenti, la pubblicità che ne ha fatto un
genere di largo consumo, sono fattori che hanno contribuito a sdrammatizzare
e a smitizzare l'evento volo.
Indubbiamente se il volo può essere configurato in termini consumistici,
ciò non può essere fatto per interventi chirurgici, tranne
forse per gli interventi di plastica realizzati per ragioni estetiche.
Un'operazione clinica, pur se la salute lo esige, resta sempre un'evento
del quale si farebbe volentieri a meno e l'atteggiamento del pubblico
verso di esso è comunque di timore, di incertezza e principalmente
di rispetto per chi esegue l'intervento.
Dalle considerazioni fatte finora possiamo
individuare alcune delle ragioni che hanno provocato la perdita del rispetto
del gruppo professionale dei piloti da parte del pubblico e che si è
manifestato in una campagna denigratoria ormai decennale.
Sdrammatizzare il volo spacciandolo per fatto naturale è servito
solo ad abbattere un mito sul quale il pilota è vissuto forse a
torto; l'autoritarismo insito in quel mito è stato l'aspetto che
si voleva colpire coscientemente, ma inconsciamente se ne voleva anche
sminuire la sostanza, cioè l'importanza funzionale del pilota,
quella funzione per cui dalle valutazioni del pilota dipendono centinaia
di vite umane.
La sensazione di entrare in una porta dalla quale, alla pari di un'anestesia,
solo con l'intervento di quell' operatore si può tornare indietro,
è sempre presente nell'utente del volo e non è una condizione
che egli accetta senza reagire.
Sminuire la funzione di quella figura è il tramite per esorcizzare
anche in questo caso l'evento volo e renderlo in una dimensione più
terrestre ed accessibile.
La tendenza ad assimilare il pilota di linea al "conducente", al "driver",
è la ricerca inconscia del pubblico di vedere in modo equivalente
il mezzo aereo ed il mezzo di superficie.
E' la maniera con la quale l'uomo tenta di collocare ad un livello culturalmente
più adeguato alla sua natura la visione dell'evento volo.
Non si vuole affermare che il volo deve essere presentato come un evento
aleatorio e non si vuol dire all'utente che ogni volta che sale in aereo
deve pensare di star per entrare in sala operatoria ma certamente si vuole
affermare che, se la pubblicità gli ha dato la convinzione che
l'aereo proceda su binari, condotto da automatismi perfezionatissimi,
in realtà quei binari sono tracciati in aria dal pensiero lucido,
dalle valutazioni rapide e coerenti, dalle azioni corrette di coloro che
garantiscono con la loro presenza l'esito di quel transito attraverso
un'altra dimensione.
(Aldo C Pezzopane - da "Il Notiziario"
ANPAC, ottobre 1980)
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