AIRMANSHIP





Riflessioni sulla collisione di Zagabria

A cura di Roberto Frediani

La collisione avvenne nella tarda mattinata del 10 settembre 1976, quasi sulla verticale del VOR di Zagabria, tra un HS Trident 3B (British Airways) e un DC9-32 (Inex Adria)                   

 

Lo scorso anno, commentammo su questo sito i risultati dell’inchiesta condotta dalla Agenzia per la Sicurezza del Volo e relativa ad un evento verificatosi il 22 Gennaio su Campagnano, dove due aeromobili in arrivo a Fiumicino, un ATR 72 ed un MD 80, ambedue Alitalia, si ritrovarono allo stesso livello in condizioni di sottoseparazione.

Nelle conclusioni dell’ inchiesta si legge: «si tratta quindi di evento riconducibile al ”Fattore Umano”» e tra i fattori contributivi veniva poi indicato «l’ imperfetto passaggio di consegne effettuato tra il controllore smontante e quello subentrante nel settore interessato.»

L’ occasione ci offrì lo spunto per una serie di considerazioni ed esempi di vissuto di sala operativa, sulle complesse dinamiche relazionali che si generano - in particolare in una sala operativa di ACC - al momento del passaggio di consegne tra un Team e l’altro, una fase sempre delicata, non troppo dissimile dall’altro aspetto relativo al “Relief”, cioè all’avvicendamento sulla singola posizione del settore di controllo, dopo un certo numero di ore di lavoro.

Pur con le ovvie debite proporzioni tra i due avvenimenti, considerate le condizioni di lavoro, l’organizzazione di sala, gli equipaggiamenti, le capacità reattive dei sistemi oggi disponibili e quindi le accresciute garanzie in tema di sicurezza, non potemmo non cogliere certe analogie con la collisione nel cielo di Zagabria, con un richiamo a certi comportamenti umani che, al di là del complesso di carenze latenti, costituirono poi l’immediata premessa per la tragedia, come ritardi nei cambi, posizioni scoperte, mancata osservanza delle procedure di coordinamento etc.

C’e un filo che lega Zagabria ai tragici eventi di questi ultimi tempi, in particolare a quello del lago di Costanza, in cui la stampa ha riferito di sospette assenze di personale operativo in sala al momento della tragedia; appare quindi opportuno riparlarne, proponendovi un intenso articolo di P.Domogala apparso nel Dicembre scorso su “The Controller”, ricordando anche il bel servizio che ne fece l’ANACNA sulla sua rivista Assistenza al Volo.

What have we learned?” è la domanda che si pone l’autore e che ben riassume lo spirito dell’articolo e i crucci ricorrenti degli esperti e di chi ha a cuore la sicurezza; continuiamo a chiederci come malgrado il passare degli anni e le esperienze accumulate, i livelli raggiunti dalla tecnologia - terribile quella sorta di conflitto, pare, tra il TCAS e l’uomo, nel caso Costanza - i comportamenti umani non mutino poi di molto nel corso degli anni. L’uomo rimane così sempre l’elemento centrale di ogni processo, come viene di continuo affermato nei piani di sviluppo e nei programmi ATM dalle organizzazioni internazionali del settore, un assunto che può apparire ovvio ma che viene troppo spesso sottovalutato.

Il susseguirsi e la drammaticità di eventi che hanno colpito il pianeta nel secolo appena trascorso ed all’inizio di quello attuale, eventi di ogni genere, guerre, genocidi, degrado ambientale, atti di terrorismo, ci fanno metabolizzare in fretta, quasi con rassegnazione la cronaca quotidiana. Pur tuttavia l’articolo di Domogala, di cui appresso passeremo la traduzione, ci ripropone intatti lo sgomento e le sensazioni di quelle giornate, almeno per chi ha qualche “contenzioso con l’anagrafe” e per chi è a conoscenza ed ha vissuto certe realtà operative, per chi conosce, ad esempio, quella sorta di dilatazione del tempo, l’eternità dei secondi di attesa quando si sta acquisendo una separazione ai limiti.

Racconto drammatico, per le vittime della catastrofe, per la sequenza assurda degli eventi nella sala operativa dell’ACC di Zagabria, per la denuncia amara del sistema, per le reazioni umane, a volte crude, all’interno della comunità del Centro, per i sospetti sull’operato dell’autorità  giudiziaria, e non ultimo il dramma di chi deve rimuovere dalla coscienza o convivere con la memoria. La denuncia della precarietà del sistema e delle risorse spaventa, eppure non siamo in tempi molto lontani, altri ACC  certo se la passavano molto meglio, ma non si era ancora arrivati alla crisi del trasporto aereo, avvenuta una decina di anni dopo, con l’aumento imprevisto del traffico, gli aeroporti che rigurgitavano di passeggeri per i ritardi e finalmente le robuste iniziative messe in atto dalla politica e dalle organizzazioni internazionali del settore, consci finalmente dei limiti del sistema, nonché della rilevanza - almeno economica! - di un settore troppo a lungo trascurato, quale il Controllo del Traffico Aereo, troppo incantati, forse dal mezzo aereo, “il Totem”, come indicato in un altro articolo dove si parlava degli “squilibri di crescita” tra l’aereo ed i sistemi ATC.

Vedi alcuni precedenti articoli:

La comunicazione: ruolo e sviluppi nel controllo del traffico aereo

Dal CREW RESOURCE MANAGEMENT (CRM) al TEAM RESOURCE MANAGEMENT (TRM)

Human Factors in Air Traffic Control Training

 

Abbiamo accennato alle falle nella catena degli eventi, carenze istituzionali, organizzative, tecniche, di risorse di personale che hanno caratterizzato l’incidente in questione, come altri che lo hanno preceduto e seguito; sezionando le varie tessere del mosaico e per quanto più direttamente ci appartiene con riguardo ai fattori umani che agiscono nelle sale operative, non vanno mai dimenticati elementari canoni etici, come il rispetto e la coscienza di responsabilità, anche più forti del proprio ruolo, in particolare quando ci si ritrova sull’ultima linea di difesa. Dove più forti ed evidenti risaltano i fattori umani, sempre e comunque presenti, in ogni tempo, ad ogni latitudine, con qualsiasi tipo di tecnologia – da sola non risolutiva, come il TCAS a Costanza - sia essa povera o stellare.

Ancora non si conoscono a fondo le dinamiche dell’ultimo incidente del lago di Costanza, ma anche in questa vicenda sembrano emergere fattori umani e comportamentali poco ortodossi in tema di composizione e consistenza del Team operativo al momento del disastro, un filo perverso che si allunga a Linate e, nella forma più esemplare forse, a Zagabria, tanto per citare i casi a noi più vicini. Una carenza fatale, tra l’altro, di Team Resource Management, che in date situazioni dovrebbe esprimersi nella maniera più compiuta, di supporto scambievole tra l’equipaggio ATC, di controllo incrociato delle procedure e azioni di controllo.

E’ difficile accettare che grandi lezioni, moniti, riflessioni, vengano spesso ignorati, dimenticando come sono sottili talvolta le barriere oltre le quali troviamo il disastro, culmine spesso di una preesistente catena di errori, in cui il controllore, come il pilota, si ritrova sfortunato attore a conferma della nota teoria del professor Reason, secondo cui gli errori dell’active operator possono avere origine in agenti patogeni o errori latenti insiti nel sistema.

Ma ciò non può esimere ognuno di noi, nella piena consapevolezza del proprio ruolo, dal fare la propria parte per intero, ove nulla nelle nostre azioni ed iniziative deve apparire superfluo, ricordando appunto, come nella storia degli incidenti ritroviamo sempre gli stessi comportamenti umani, e che quello che può e deve cambiare è l’approccio individuale orientato da una crescente sensibilità e conoscenza di questi nuovi modelli di prevenzione.

Sono stato molto contento, per inciso, di vedere incorniciate in alcuni uffici dei miei amici controllori, le affermazioni di Bruggink – che aprono e caratterizzano lo spirito del nostro sito airmanshiponline – circa  le “stanze” ed i percorsi lungo i quali si accumulano gli errori che possono poi generare eventi fatali (parva favilla…). 

 

Il commento di Assistenza al Volo

Abbiamo fatto cenno all’articolo che l’ANACNA pubblicò sull’argomento nel Marzo del 1977 e ne riproponiamo qualche stralcio più significativo:

alle ore 1100 del 10 Settembre Tasic (il controllore del settore “alto” ove si è verificata la collisione ndr) aveva terminato le sue due ore di servizio, ma l’operatore che doveva dare il cambio al suo assistente non era ancora arrivato. Alle 11.05 l’assistente si allontanava dalla posizione per cercare l’uomo che doveva sostituirlo, Nenad Nepes, il quale arrivò due minuti più tardi. Costui, però, subito dopo si allontanò per rispondere ad una telefonata proveniente dall’esterno. Così nel periodo cruciale, Tasic rimase solo e dovette svolgere il lavoro di due persone.

Tra l’altro effettuò diversi coordinamenti, di competenza dell’assistente, con la torre di controllo di Zagabria, mentre  aveva dieci aeromobili in contatto, oltre al Trident: di conseguenza ebbe un sovraccarico di lavoro.

Intanto il controllore del settore intermedio chiese di poter trasferire il DC9 dell’Inex-Adria, e, invece di chiamare Tasic con l’intercom (difficile attendersi una risposta in quelle condizioni ndr), mandò il suo assistente ad effettuare il coordinamento. Il controllore si giustificò, più tardi, dicendo che avrebbe voluto parlare direttamente con Tasic, ma che questi fece un gesto con la mano ad indicare che era sovraccarico di lavoro. Così l’assistente parlò con Tasic del DC9, senza però consegnargli la relativa striscia progresso volo. 

(le tecniche e modalità di coordinamento tra settori – nonché tra Centri - sono oggi ben altre, affidate soprattutto a processi automatizzati, almeno presso Centri più evoluti; ciò non ha impedito l’evento Lago di Costanza, ove, presumibilmente, non sono da escludersi anche carenze in tema di coordinamenti ndr)

 

…La semplicità con cui tutta una serie di eventi negativi si intrecciano, si assommano e producono la tragedia finale, ha il sapore di qualcosa di precostituito… quasi che una sorta di misteriosa predestinazione avesse agito, secondo regole misteriose, quella mattina nel cielo di Zagabria. Sarebbe bastato che Tasic avesse avuto qualche aereo in meno da controllare o che l’altro controllore fosse arrivato puntuale per il cambio, o ancora che quella fatidica telefonata che distolse l’assistente dal suo lavoro di coordinamento fosse stata fatta qualche minuto più tardi; sarebbe bastato un niente, e forse l’irreparabile non sarebbe accaduto. Diciamo forse, perché al di là di quell’elemento di fatalità che esiste in qualsiasi vicenda umana, sicuramente è troppo semplicistico porre la questione in questi termini; semplicistico e riduttivo, in quanto significa voler riportare l’interpretazione di una complessa e sofisticata realtà tecnica, ad un fatto di pura e casuale fatalità.

Certamente per il profano, per chi non ha mai sperimentato la tensione continua ed il logorio inevitabile ed irreversibile che l’esercizio della professione di controllore comporta, l’interpretazione del tragico evento di Zagabria, si riduce alla semplice constatazione che la causa di tutto è stata un eccesso di negligenza e superficialità; ma a noi ed a chi opera nel settore del traffico aereo, ciò non può e non deve bastare. Quella negligenza, che pure c’è stata, e le altre concause che, sommandosi ad essa hanno realizzato una sintesi così mostruosamente negativa, sono il prodotto finale [non solo] delle manchevolezze di un singolo uomo, ma di un complesso sistema tecnologico di gestione dello spazio aereo che, nelle sue articolazioni ed interconnessioni, è risultato estremamente carente…

 

Le conclusioni dell’articolista, come vedrete, sono piuttosto amare, chiedendosi, o chiedendoci, se effettivamente abbiamo appreso tutto ciò che era necessario dalla lezione: la risposta che si dà non sembra incoraggiante;  certo gli eventi di questi ultimi tempi, le prospettive ancora confuse di casa nostra in tema di riassetto del sistema Aviazione Civile, uno scenario socio-politico mondiale sempre punteggiato da aree di crisi pronte ad esplodere, induce ad essere cauti. Lo sviluppo, che non è pensabile frenare, dovrà essere “compatibile” con la sicurezza, e per governare questa “navigazione” dell’intero sistema sugli ardui sentieri di un coerente progresso occorrono preparazione, esperienza e buona volontà, quest’ultima intesa come spirito di servizio per la collettività e non come attenzione ad interessi di lobbies.   

Per concludere, seppur con una affermazione certo abusata, ma che non tutti riescono ad onorare ed interpretare nella giusta misura, riportiamo quanto ha recentemente scritto Marc Baumgartner, l’executive vice president dell’IFACTA per l’Europa, in un  articolo apparso recentemente su una pubblicazione ECAC/EUROCONTROL, intitolata Serving European Aviation:

“WE BELIEVE THAT SAFETY IS THE ABSOLUTE PRIORITY AND TAKES PRECEDENCE OVER EVERY ASPECT OF THE CURRENT AND FUTURE ATM SYSTEM”

RF          

 

 

 

LA COLLISIONE DI ZAGABRIA RIVISITATA

(Tratto da The Controller, Dicembre 2001)

 

Che cosa abbiamo imparato? (di Philippe Domogala)

 

 

Molti controllori di oggi non erano ancora nati negli anni settanta, un periodo che si rivelò davvero drammatico.

La prima collisione in aria causata dall’ATC, avvenne su Nantes, in Francia, nel Marzo del 1973, nel contesto di uno sciopero effettuato dai controllori civili francesi, che erano stati sostituiti da controllori militari (molti di noi ricordano questa soluzione sconcertante adottata dalle autorità francesi - ndr). Sessantotto persone trovarono la morte nella collisione, avvenuta al livello 280, tra un Coronado della Spantax ed un DC9 dell’Iberia (un giorno vi racconterò l’ intera storia).

La collisione traumatizzò molti controllori in quel tempo, provocando molte discussioni.

Tre anni più tardi un’altra collisione, e questa volta su Zagabria (Yugoslavia, a quel tempo): nel Settembre del 1976, un Trident della British Airwais, si schiantò, al livello 330, contro un DC9 della Inex Adria, causando la morte di 176 persone. Sei mesi più tardi seguì una collisione sulla pista di Tenerife tra due 747, della KLM e Pan Am: i morti furono 560.

La collisione di Zagabria è forse meglio nota a molti controllori, perché è stata oggetto, tra l’altro, di un drammatico film per la TV dal titolo “Collision Course”, che molti di noi hanno visto e che fa anche parte del sillabus di addestramento nell’Istituto di Formazione di Eurocontrol  in Lussenburgo.

A circa 25 anni da quel giorno, mi ritrovo a Zagabria, in occasione del meeting regionale europeo dell’IFACTA, passeggiando proprio nella stessa sala operativa, nello stesso edificio; il layout del settore non è cambiato da allora. Uno dei controllori coinvolti allora nell’ evento, è ancora in servizio a Zagabria. Con l’ aiuto dell’Associazione Croata, è stato organizzato un incontro per parlare della vicenda. Lo scopo non è di rincorrere del sensazionalismo, riaprire vecchie ferite o biasimare qualcuno, ma semplicemente per verificare se la storia abbia prodotto qualche insegnamento e se tale orribile evento non sia solo un fatto catalogato nel passato.

I fatti, così come si leggono nelle due inchieste, sono di pubblico dominio; per coloro che non avessero molta familiarità con il caso o volessero rinfrescare la memoria, ecco di seguito un riassunto dei fatti (tratto dall’Accident Report pubblicato nel Settembre dell’82).

 

Settembre 1976:

Coinvolti:  Trident della BEA, in volo da Londra ad Istanbul, a FL 330, stimato di ZAG VOR alle 1014, 54 psseggeri più 9 di equipaggio, nominativo BE 476 e

DC9 della Inex Adria, decollato da Spalato per Colonia, in salita per FL 350, con identico stimato di ZAG VOR (1014), 108 i passeggeri più 5 di equipaggio, nominativo JP 550.

La collisione si è verificata su ZAG VOR, alle 1014.41

Le comunicazioni R/t tra la BE 476 e Zagabria ACC,  furono molto semplici: l’aereo riportò al settore superiore dell’ACC (freq. 134,45) di essere a FL 330 e di stimare ZAG ai 14;

la replica del controllore: roger, call me passing ZAG, squawk A2312.

Questo è stato il solo scambio di comunicazioni con la BE476 prima della collisione.

Il primo scambio R/t tra la JP 550 e l’ACC, è avvenuto con il settore intermedio (middle): l’aereo è entrato nel settore a FL 260, richiedendo una quota superiore (nel Piano di Volo aveva richiesto 310);

il controllore del settore intermedio replicò che sia 310 che 280 non erano disponibili e quindi chiese se poteva accettare FL 350.

Il pilota rispose: affirmative with pleasure

Quello che è successo dopo è controverso; a quel punto, normalmente, il controllore del settore intermedio avrebbe dovuto iniziare il coordinamento con il settore superiore (Upper), dato che il livello 350 non è di sua competenza, appartiene appunto a quel settore.

In aggiunta, dato che il FPL prevedeva 310, non era stata elaborata alcuna strip per l’Upper, e quindi, come previsto dalle procedure locali, competeva all’assistente del controllore intermedio provvedere in merito. Le indagini confermarono che non era stata preparata alcuna strip, ed il controllore dell’Upper, che avrebbe poi dovuto prendere in carico l’aereo, affermò successivamente, di non aveva capito che l’aereo era in salita per 350. Ancora: il controllore dell’Upper, al momento del coordinamento e della collisione, si trovava da solo sulla posizione, con altri 11 aeromobili in contatto, tanto che la situazione fu poi descritta comevery busy”. Le procedure richiedono normalmente la presenza continua e contemporanea di due controllori, ma l’assistente radar aveva lasciato la posizione 4 minuti prima.

1 minuto e 50 secondi dopo, il controllore del settore  Middle riautorizzò  la JP550 al livello 350, richiedendo inoltre al pilota di riportare attraversando 310; alle 1012 ci fu il seguente scambio di messaggi:

1013.03: Zagreb, Adria550 out of 310

1012.06 Mid.: 550 for further Zagreb 134,45 squawk stand-by and good day sir…

1012.12 JP : squawking stand-by, 134.45 good day

 

Passare su stand-by nel trasferimento da un settore ad un altro, era una normale procedura presso il centro di Zagabria, dato che ciascun settore disponeva di una serie limitata di codici e quindi il codice doveva essere “rilasciato” prima del trasferimento. Questa procedura non risultava nella documentazione operativa e tanto meno era uno standard internazionale, ma comunque era una prassi comune presso il Centro; la conseguenza di tutto questo fu che i segnali di quota e nominativo sparirono dallo schermo radar.

Il pilota dell’Adria attese circa 2 minuti per chiamare il settore Upper; quello che segue è lo scambio di comunicazioni tra l’Adria 550 ed il controllore dell’Upper:

1014.04 : good morning Zagreb, Adria 550

1014.07 : Adria 550, Zagreb good morning go ahead

1014.10 : 325, crossing ZAG at 14

1014.14 : what is your present level?

1014.17 : 327

Tutte le precedenti comunicazioni erano state effettuate in inglese; ora il controllore continua in serbo-croato (traduzione in inglese) :

1014.22 (Upper) :…e…maintain now on that level and report passing ZAG

1014.27 (Adria) : what level?

1014.29 (Upper) : at which you are now climbing because…e…you have an aircraft in front of you at…(unreadable)…335 from left to right

1014.38 (Adria) : OK maintaining precisely 330

La collisione si verificò alle 1014.41, 37 secondi  dopo la prima chiamata nel settore e 3 secondi  dopo l’ ultima trasmissione.

 

Torniamo ora nel 2001:

25 anni più tardi, la scena è quella di un bar di un lussuoso albergo del centro di Zagabria. L’uomo che mi sta di fronte ha i capelli grigi, gli mancano pochi anni alla pensione, ma gli occhi rivelano ancora molto vigore. È molto difficile per lui  parlare della collisione, anche se sono trascorsi tanti anni:

“La collisione probabilmente, fu causata al 10% da errore umano, ma al 90% la causa fu il sistemaRiuscite ad immaginare, oggi, una salita in prossimità di un confine di settore e lo spegnimento del suo transponder prima del trasferimento sulla frequenza del nuovo settore? Ma ciò è quello che facevamo di routine, in quei giorni, al Centro di Zagabria. In ACC rimanemmo sbigottiti per la collisione, e stentavamo persino a crederlo all’inizio. Sapete, in quel tempo, a Zagabria, eravamo solo 40 o 45 controllori, molto impegnati, controllando dai 1000 ai 1200 aerei al giorno; per un confronto, l’ ACC di Vienna, il nostro vicino, disponeva di 200 controllori per 1400 aerei al giorno.

Dopo la collisione noi tutti rimanemmo uniti dato che nessun aiuto ci venne, in alcun modo, dal nostro management; furono in grado solo di puntare il dito verso di noi. Per cinque di noi ci fu la detenzione preventiva; nessuno dei nostri capi fu arrestato e neanche si dimise.

Lo scorso mese (Settembre 2001), 21 persone morirono in un ospedale di Zagabria per errori commessi nel corso di dialisi, probabilmente causati dall’uso di prodotti sospetti di provenienza USA: il Ministro della Sanità ha dato le dimissioni e alcune teste cadranno.

Tornando al 1976, pur con 176 morti, la gran parte stranieri, nessuno di loro fu disturbato!

Così 5 di noi finirono in prigione, ma in effetti solo Tasic (il controllore dell’ Upper) e l’assistente del settore intermedio furono direttamente coinvolti nella collisione. Uno accusava l’altro, ma solamente loro sapevano chi dei due mentiva e che cosa era stato effettivamente detto durante il coordinamento. Tasic cercava di riversare la colpa su altri e questa, forse,  è una comune reazione umana.

Comunque, rimanemmo agli arresti preventivi per 2 mesi, eccetto uno di noi, l’assistente del settore intermedio che, con nostra grande sorpresa, fu rilasciato dopo un mese: le voci erano che egli avesse buone entrature nella polizia e in circoli politici. Alla fine solo Tasic rimase sotto accusa e dopo un altro mese di prigione (per cosa non lo sapremo mai), il resto di noi fu liberato, eccetto Tasic, che rimase in prigione sino al processo.

Tornati al lavoro, nulla era cambiato: le procedure, la tecnologia usata ed il management, tutto rimase com’era, per i successivi 2, 3 anni. Tutti sapevano che il sistema era sotto accusa, ma un cambiamento avrebbe rappresentato, agli occhi di qualcuno, una sorta di ammissione che qualcosa in esso non funzionava. ZAG VOR, a quel tempo, era uno dei VOR più critici tra quelli della rete Europea; era la convergenza di molte aerovie e fonte di molti problemi. La struttura di aerovie esistente nel 1976, rimase immutata per ancora 7, 8 anni.

Dopo 6 mesi di prigione, a Tasic fu tolto lo stipendio; in sala operativa fu fatta una colletta per aiutare  sua moglie. Il gruppo era unito e solidale, lo stress maggiore ci veniva dalle reazioni delle nostre famiglie ed amici piuttosto che dai colleghi. Le reazioni dall’esterno furono decisamente le peggiori; i controllori ebbero molta forza d’animo, dovevi essere forte in quei tempi per fare il controllore in Yugoslavia.

Non avevamo idea di quello che succedeva fuori del nostro paese: per esempio nessuno di noi aveva mai visto un documento ICAO, il DOC 4444 era un documento classificato e tenuto segreto a Belgrado. Disponevamo solo di parti di esso tradotto in Serbo-Croato dai militari, tra l’altro pieno di espressioni in gergo militare e non aggiornato per 15 anni. Cosi non avevamo modo di discutere le procedure che venivano elaborate e che usavamo quotidianamente. La procedura dello “squawking stand-by” al momento del trasferimento al settore confinante, appariva non appropriata, ma nessuno la mise in discussione. I codici SSR disponibili erano molto limitati; il Radar Secondario era qualcosa di relativamente nuovo nel 1976.

Non fu una cosa giusta imprigionare Tasic, ma in quei tempi se commettevi un errore venivi punito: per esempio, se un controllore di Torre ordinava una riattaccata per via della pista ancora occupata, questo veniva considerato un errore e potevi essere oggetto di sanzioni disciplinari! Un fatto che non aiuta certo la sicurezza, ma questi erano i tempi.

 

Quando arrivò il momento del processo, ci aspettavamo il peggio, temevamo pesanti condanne per ciascuno di noi. Comunque fummo discretamente fortunati, perché trovammo un giudice che prese tutto il tempo necessario, considerò ed approfondì tutti gli aspetti del caso. Avrebbe potuto facilmente incolpare tutti e spedire in prigione la gran parte del Team, invece scelse Tasic, che fu sfortunato, ma vi erano 176 morti  qualcuno doveva pagare e così fu condannato a 7 anni. Fu un colpo per noi, probabilmente Tasic era in parte responsabile ma gli furono accollate tutte le colpe: nessun responsabile del management fu interrogato o ritenuto anche in parte responsabile. Molto pochi i testimoni al processo.

Dopo, cercammo di dimenticare ed andare avanti.

Un avvocato inglese, Richard Weston, scrisse un libro dal titolo ”Zagreb one four” e successivamente la TV di Granada produsse un film, sulla vicenda, dal titolo “Collision Corse”: i controllori di Zagabria non apprezzarono nessuno dei due e li considerarono poco accurati; quanto veniva descritto non rispecchiava ciò che era realmente accaduto, specie con riguardo all’ambiente sociale ed ai personaggi coinvolti. Tasic veniva descritto come un solitario e come una specie di vittima: decisamente non era questa la situazione, era felicemente sposato a quel tempo, sua moglie era in attesa di un figlio ed egli non vedeva l’ora di diventare padre (fu una cosa molto triste che potè vedere sua figlia solo un anno dopo). Ma egli sapeva da solo quali erano stati i suoi errori e noi tutti questo lo sapevamo.

Fine della storia. Le tensioni ed i problemi tra i controllori come  descritti sia nel libro che nel film non erano tali, gli aspetti drammatici furono probabilmente enfatizzati per rendere l’uno e l’altro più interessanti e sensazionali.

Dopo tre anni e mezzo fu completata una seconda inchiesta, con alcune piccole aggiunte: cercarono di incolpare i piloti dei due aerei per non aver guardato!!! Comunque fu usato questo pretesto per graziare Tasic e mandarlo libero dopo aver scontato metà della sua condanna. Fu mandato a Belgrado ed assegnato al servizio tecnico dove rimase, senza più tornare a Zagabria. Morì di cancro alcuni anni dopo.

Anche l’ assistente del settore intermedio smise di fare il controllore e fu assegnato al servizio tecnico al Centro di Zagabria; è morto alcuni anni fa.

Degli altri tre che finirono in prigione, uno andò presso la Direzione Generale a Belgrado, un altro gestisce un piccolo aeroporto su un’isola e solo uno continua ad operare come controllore radar nel centro di Zagabria.

Quale la lezione che ci viene da questa collisione?

Primo che niente, proprio niente in un evento del genere può essere dimenticato, si dovrà convivere con esso per sempre, sia che tu abbia avuto a che fare con esso o meno.

Se anche  oggi un controllore, in simili circostanze, possa essere imprigionato per tre anni e mezzo, è una faccenda certo discutibile ma non improbabile, succede ancora, seppure per altre ragioni; i nostri colleghi in Italia, in Grecia e recentemente in Messico, possono confermarlo. Ai giorni d’oggi le procedure sono pubblicate dall’ ICAO ed EUROCONTROL e sono largamente disponibili; nessun controllore, almeno in Europa, può essere all’oscuro di quello che accade negli altri paesi, al di fuori del suo Ente ATC. Cosi, per le procedure SSR, che tanto hanno contribuito alla collisione, potrebbe esserci l’intervento tempestivo e correttivo di altri…, abbiamo ora il TCAS, anche se non sempre il traffico VFR è equipaggiato di Transponder…; ma per il resto:

la Strip mancante?

la salita in prossimità di confini di settore?

il coordinamento a voce non registrato?

il controllore sovraccarico di traffico lasciato solo nel suo settore, senza assistente?

l’arrivo in ritardo dell’assistente?

la struttura inadeguata di aerovie?

Siamo certi che tutto questo non possa ancora oggi accadere ed in un qualsiasi ACC in Europa?”

 

Questa è probabilmente la triste conclusione della storia raccontata: abbiamo effettivamente imparato tutto quello che c’era da imparare?

Probabilmente no.      

 

(trad. RF)

 

 

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