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Il Comandante Giovanni Riparbelli è stato Direttore
della Commissione Tecnica dell’ANPAC nella seconda metà degli anni
70 ed ha gestito l’inizio della collaborazione dell’Associazione Nazionale
dei Piloti con i Direttori d’aeroporto per il miglioramento delle
strutture e della sicurezza operativa (safety), stabilita dall’allora
Direttore Generale della DGAC, Francesco Lino, con una disposizione
che individuava l’ANPAC quale membro permanente dei Comitati di Sicurezza
Operativa Aeroportuale (CASO). Dal 1980 fino allo scorso anno egli ha fatto parte
del Comitato degli Standard della compagnia Alitalia. Ha lasciato
l’attività per limiti di età dopo circa 18000 ore di volo su quasi
tutti gli aeromobili della compagnia. Il Comandante Giovanni Riparbelli ci propone un
breve ma efficace articolo su uno strumento che negli ultimi trent’anni
è stato una delle caratteristiche principali dell’interfaccia pilota-aeromobile
sui velivoli da combattimento: l’Head
Up Display [HUD], ovvero un dispositivo per la visualizzazione
dei parametri di volo sovrapposto alla visione esterna (quindi osservabile
a “testa alta”) su un pannello trasparente collocato davanti al parabrezza.
Oltre ai parametri di volo “primari”, l’HUD, attraverso
la visualizzazione di indicatori e simboli [il tutto focalizzato all’infinito
per consentire la visione chiara dei simboli e dell’ambiente esterno],
fornisce la guida per la condotta dell’aeromobile su traiettorie coerenti.
Per capire meglio il funzionamento e le possibilità fornite dagli
HUD riguardo l’uso nei velivoli da combattimento è sufficiente riferirsi
alle varie, ottime, simulazioni di volo per computer ampiamente disponibili
in commercio. Il successo e l’affidabilità dell’HUD nell’impiego
militare ha portato al suo sviluppo naturale nell’HMD, ovvero Head
Mounted Display, il casco con visore integrale. Invece l’aviazione civile, ed il trasporto aereo
in particolare, con i criteri addestrativi basici e le modalità di
acquisizione di esperienza di condotta del velivolo da parte dei piloti,
sono piuttosto lontani dal significativo progresso dell’interfaccia
uomo-macchina rappresentato dalla visione a testa alta. Ed il controllo
dello spazio circostante e della prossimità al terreno non è certo
meno importante nell’aviazione civile che nell’aviazione militare. Il Comandante Giovanni Riparbelli ci espone sinteticamente
alcuni perché del significato di progresso che ha questo dispositivo
per troppo tempo trascurato dai costruttori di aeromobili da trasporto. Head-Up Display e sicurezza
del volo Gli Head Up displays si stanno diffondendo anche nell’aviazione
commerciale, in parte sugli aa/mm non dotati di autoland per ottenere
la certificazione ad operazioni di Cat IIIa, in parte sugli aa/mm
dotati di autoland fail-passive per ottenere la certificazione ad
operazioni di Cat IIIb. L’unica eccezione attualmente è costituita dall’ A-320/321,che
può essere equipaggiato con HUD, pur essendo dotato di autoland fail-operational. E’ evidente che la massima enfasi è stata posta sul recupero
economico consentito dalla riduzione delle minime di decollo e di
atterraggio dagli HUD, e che appaiono non sufficientemente riconosciuti
i meriti in materia di sicurezza del volo. Ciò trova riscontro puntuale nell’uso comune che ne viene
fatto dalla maggioranza degli equipaggi che tendono ad usarlo esclusivamente
nelle operazioni di bassa visibilità. E’ mia opinione che gli HUD costituiscano uno strumento ben
più importante nella condotta del volo, e che quando ciò sarà riconosciuto
ed entrerà nella cultura di piloti e aziende potranno essere fatti
notevoli passi avanti nella sicurezza del volo. Pilotare un aeroplano non significa altro che controllarne
la traiettoria: nelle fasi di volo a vista essa viene facilmente valutata
in condizioni meteorologiche favorevoli, non altrettanto facilmente
quando esse siano sfavorevoli, o di notte in aeroporti poco assistiti
da impianti ottici, magari in presenza di wind-shear o di illusioni
ottiche ( black hole etc. ). La rivoluzione apportata dall’HUD consiste nel presentare
al pilota la traiettoria reale dell’ a/m correlata al mondo esterno,
consentendogli pertanto un controllo diretto della stessa, preciso
ed immediato. Dal momento però che fino ad oggi bene o male siamo andati
avanti senza gli HUD, molti piloti faticano a riconoscere che in determinate
condizioni i loro sensi con gli strumenti attuali possono non essere
adeguati, anche perché l’esposizione a tali condizioni non è frequentissima,
ed il buon addestramento ha sopperito alle carenze degli strumenti
di volo. Vorrei pertanto richiamare l’attenzione su alcuni aspetti
di un incidente di un MD 80 a Catania di qualche anno fa. Sostanzialmente l’a/m è entrato in corto finale in uno shear
negativo che ne ha determinato l’impatto prima della pista, con la
perdita totale dell’a/m stesso. Non voglio entrare nell’analisi e nel merito dei fattori
causali dell’incidente, che tra l’altro non mi risulta ancora chiuso,
motivo di più per astenermi. Vorrei soltanto fare alcune considerazioni sulle quali riflettere. Per “sopravvivere“ a un wind-shear sono necessarie alcune
condizioni: che il valore totale dello shear sia inferiore all’energia
dell’a/m ( intendendosi per energia sia quella potenziale
quota/velocità, che quella dovuta all’accelerazione dei motori ),
che lo shear sia riconosciuto per tempo, che la correzione sia adeguata. Ipotizzando nel caso di Catania che lo shear fosse di entità
inferiore all’energia dell’a/m (
ipotesi che ritengo probabile ) si devono ricercare le cause dirette
negli altri due elementi: il riconoscimento e l’intervento correttivo. Dal momento che l’a/m tende a mantenere la velocità trimmata,
la prima conseguenza dell’ingresso in uno shear negativo è l’abbassamento
della traiettoria, che tende a limitare la perdita di velocità indicata. Le azioni correttive: l’immediato aumento dell’assetto (
per riprendere la traiettoria corretta ) e l’applicazione della spinta
per mantenere una velocità di volo, in questo ordine. Il riconoscimento della deviazione dalla traiettoria in un
finale a vista è tutt’altro che immediato, né è facile, di notte,
valutarne bene l’entità. Ciò si traduce inevitabilmente in un ritardo nelle azioni
correttive. Le azioni correttive stesse poi complicano parecchio la possibilità
di valutarne correttamente i risultati, in termini di traiettoria:
questa valutazione viene fatta sulla base dello spostamento in alto
o in basso sul parabrezza dei punti di riferimento ( luci di avvicinamento
o altro, a seconda della distanza dalla pista );ciò è relativamente
facile se l’assetto rimane costante, ma se esso è in variazione diventa
difficile, tanto più quanto tale variazione è rapida e di valore elevato. Questo è presumibilmente quanto è successo a Catania: riconoscimento
ed intervento sullo shear non sono stati adeguati ad evitare l’incidente. E’ mia ferma convinzione che se il pilota avesse avuto a
disposizione un HUD avrebbe evitato l’incidente. Durante l’avvicinamento a vista con HUD il pilota controlla
direttamente la traiettoria dell’a/m in relazione al punto desiderato
( aiming point ); ogni deviazione diviene visibile immediatamente
ed altrettanto immediata è l’azione correttiva che viene fatta direttamente
sulla traiettoria e non più sull’assetto, e di conseguenza dell’entità
appropriata. Detto ciò mi resta solo un’ultima considerazione: avere un
HUD e non usarlo può avere conseguenze analoghe a quelle descritte. Ma per poter utilizzare tale strumento in maniera efficace
è necessario che i piloti si abituino ad usarlo sempre come strumento
primario nel volo a vista ( fase che è quasi sempre comune a tutti
gli avvicinamenti finali ), e non solo quando ritengono che le condizioni
lo richiedano: solo la assoluta familiarità con esso è garanzia di
adeguati risultati. Finalmente anche Boeing e Airbus sembrano essersi convinti
dei suoi benefici, e probabilmente la prossima generazione di aa/mm
ne sarà equipaggiata come standard. Forse un giorno i piloti si domanderanno come facevano i
loro nonni a farne a meno. Com.te Giovanni Riparbelli L’importanza dell’utilizzazione dell’HUD
in altre condizioni che non siano gli avvicinamenti strumentali
con visibilità ridotta, è individuata dalle analisi degli incidenti
che rientrano nella tipologia
più diffusa e più letale degli ultimi trent’anni. Sono i Controlled Flight Into Terrain [CFIT] sui quali l’ICAO, la Flight Safety
Foundation e molte altre istituzioni aeronautiche hanno prodotto
sufficiente conoscenza per poter evitare i fattori che ne caratterizzano
la dinamica causale. Tra questi fattori vi sono quelli indicati
negli articoli seguenti: Dinamiche percettive della pista e Black Hole Approach Landing Compulsion to
Controlled Flight Into Terrain. Molte compagnie che operano “low cost”
possono farlo perché utilizzano aeroporti regionali, non sempre
dotati di strutture e procedure strumentali idonee per ogni tempo.
In questi aeroporti, spesso immersi in una complessa orografia,
gli avvicinamenti a vista, di notte o in condizioni marginali sono
molto frequenti, quindi, un coerente CFIT RISK ASSESSMENT della compagnia e
dell’ente che la certifica con un AOC, con tutti i provvedimenti
che ne conseguono, farebbe individuare nella dotazione di HUD e
nel suo uso costante in ogni fase delle operazioni di avvicinamento,
un fattore di compensazione senz’altro affidabile. In caso contrario [ed è purtroppo il
caso, poiché l’HUD non è certo così diffuso], vi sono seri motivi
di riflessione riguardo al rischio delle operazioni dei cosiddetti
“low cost operators”. (acp)
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